Girl in a Band - Kim Gordon
Recensioni

Girl in a Band
Kim Gordon

Cosa significa essere una ragazza in una band? Kim Gordon – che intitola così la sua autobiografia (non è ancora stata pubblicata una versione italiana) – racconta di essersi sentita rivolgere questa domanda verso la metà degli anni ’80, durante la prima tournée inglese dei Sonic Youth. “Non c’avevo mai pensato prima”, aggiunge. Anzi, ci aveva spiegato poche pagine prima che suonare in pubblico all’inizio la faceva entrare in “un’aura di gioiosa sensualità”, con “una grazia incorporea, senza peso né sforzo”, e senza bisogno di “essere una donna”. Il ricordo di quella domanda continua così: “I giornalisti musicali inglesi, per lo più uomini, di persona erano codardi e sfuggenti. Sarebbero andati a casa a scrivere cose crudeli, vecchie, sessiste. Forse perché erano terrorizzati dalle donne (…). Io mi rifiutavo di giocare a quel gioco. Non volevo vestirmi come Siouxie o Lydia Lunch, fare la parte di una donna immaginaria”.

Donne che hanno fatto la storia del pop
Oggi Kim Gordon ha 61 anni. Se vuoi giocare ancora a quel gioco aggiungi che è sempre bellissima. Celebrala come fashion icon, role model per generazioni di ragazze. Oppure compatiscila come la donna tradita e abbandonata dopo quasi trent’anni di matrimonio da un geniale e ridicolo cinquantenne “in crisi di mezza età”, che è scappato a Londra con la sua nuova fidanzata a fare – leggiamo testualmente – “la vita dell’hipster bohémien libero da ogni responsabilità”.

Della fidanzata non è scritto neppure il nome, per vendetta (si chiama Eva Prinz e fa l’editrice) perché Girl in a Band è un’autobiografia straordinariamente sincera, malinconica e arrabbiata. Una storia di almeno quattro decenni vissuti tra la California e New York, nel cuore della migliore cultura d’avanguardia americana, con apparizioni (a caso) di Neil Young, Danny Elfman, tutta la No Wave, Spike Jones e Sophia Coppola. E catalogo di storie personalissime, drammi, veleni e piccole vendette.

Se poi la psicanalisi in pubblico sia un’ulteriore trappola, subdola, della scrittura “femminile”, se sia invece una pratica femminista o cos’altro, non saprei, né sono qualificato per dirlo. Fatto sta che quando i Sonic Youth firmano per la major Geffen, e finalmente lei decide di posare da strafiga, si infila un vestito floreale comprato di seconda mano da Patricia Fields nell’East Village, dove si rifornivano tutti i travestiti del quartiere.

Kim Gordon è spietata su Lana
Del Rey e Madonna, devastante
su Courtney Love.

Patricia Fields qualche anno dopo sarà la costumista dell’affabulazione post-femminista di Sex and the City, per dire. Ognuno fa il suo mestiere: se la casa editrice Faber ha lanciato questa autobiografia anticipando alcuni giudizi taglienti sulle donne che hanno fatto la storia della musica pop, avrà i suoi motivi. “Madonna”, scrive Kim Gordon, “cavalcava un’onda culturale che ha finito per costruire un panorama dove il porno è dappertutto (…). E il porno è una fantasia maschile del mondo. (…) Non posso che chiedermi se questo non ci riporti indietro, come in un cerchio”. Spietata su Lana Del Rey: “Non sa nemmeno cosa sia il femminismo”. Devastante su Courtney Love: “Accettò il ruolo che la stampa stava cercando – una principessa punk (…) senza che nessuno si interrogasse sul disagio dietro il suo glamour stile Los Angeles – sociopatia, narcisismo – perché tanto era rock’n’roll”.

Tutto il tradimento, da un sms ai consulenti
Il resto di questa storia, però, non è accademia: Billy Corgan – amante di Courtney – piagnone e per niente punk; il sospetto che suo marito già ci fosse cascato, sempre con Courtney Love; la disperazione e l’incredulità per il suicidio di Kurt Cobain, amatissimo shakespeariano fantasma di un’epoca intera. Neppure il capitolo finale – attesissimo! – è accademia. Si svela tutto il tran tran del tradimento di Thurston Moore. Si sbirciano sms sugli iPhone, si ispezionano mail e cestini del mac, si consultano consulenti e analisti, e volano promesse, giuramenti, autoscatti porno e miseria quotidiana. L’asciutta disperazione delle descrizioni sarebbe piaciuta a Raymond Carver, chissà. Lena Durham avrà saputo apprezzare le righe finali dell’autobiografia che rievocano una scopata in macchina con un musicista conosciuto a una festa a Los Angeles. Per pura vendetta.

Detto questo, non credo che Kim Gordon avesse in mente innanzitutto Twitter, i titoli strillati in Rete, le macchine del gossip. Il pezzo su Madonna inizia con citazione coltissima da Julia Kristeva sul potere dello “sguardo maschile” nella costruzione dell’identità femminile. E ci ricorda più avanti come l’arte contemporanea degli anni ’80 a downtown New York, figlia di Warhol e sorella dei graffitisti, non avesse certo paura di sporcarsi le mani con la cultura pop e i media. Durante le registrazioni del disco di Ciccone Youth (con la splendida cover di Into the Groove), mentre i maschi si davano da fare al mixer, Kim entra nei grandi magazzini Macy’s e si gira il karaoke di Addicted to Love. Al posto delle modelle-zombie che nel video di Robert Palmer fingevano di suonare gli strumenti, c’è solo lei. Sullo sfondo, immagini di soldati nella giungla. Poco meno che un capolavoro di videoarte costato 19 dollari in tutto, pagati con la carta di credito.

La passione per la decostruzione delle popstar (maschi e femmine) le veniva dal punk, ma anche da più lontano. Figlia di un sociologo accademico nella Los Angeles negli anni ’60, lei insiste sul fatto che la sua “non era una famiglia da showbiz”. Famiglia di sinistra, madre sarta e un po’ hippy, formazione artistica, buone letture. Tra i suoi modelli le maschiette del cinema e della canzone francese: Anna Karina, Francoise Hardy. Le inglesi punk minimaliste Raincoats. L’ironica e meravigliosa Blondie. Quando scrive Tunic, una canzone intera su Karen Carpenter, la popstar country morta di anoressia, tira le conseguenze estreme e tragiche di un discorso ininterrotto – cominciato scrivendo articoli sul rock e sull’identità sessuale – ricordando che “la sola autonomia che Karen aveva nella vita poteva esercitarla sul suo proprio corpo”.

Ritorno alla città perduta
Oggi Kim Gordon vive tra Los Angeles e Northamp-ton. Suona con i Body/Head in duo con il chitarrista sperimentale Bill Nace conosciuto nella cittadina del Massachusetts, dove la famiglia Moore-Gordon ha vissuto negli ultimi 15 anni per dare una vita meno nevrotica alla figlia Coco (a quel punto la domanda iniziale si è trasformata in “come ci si sente a essere una mamma in una band?”).

Questo è il vero soggetto di questa autobiografia: la ferita che non si rimargina

Dopo la fine dei Sonic Youth, Gordon è tornata a frequentare il mondo dell’arte contemporanea, come quando, ventenne, a New York faceva la receptionist della galleria di Larry Gagosian. E faceva la cameriera, l’ìmbianchina, l’addetta alle fotocopie, la commessa in un negozio di libri (a 50 isolati da casa, percorsi sempre tutti a piedi, perché non aveva i soldi per la metro). Ma insomma viveva lì, downtown, nel posto più malsano, apocalittico, vivo e desirabile del mondo. E prima che arrivassero le modelle, i ristoranti, l’11 settembre, il capitalismo finanziario, gli hipster. Perché questo, infine, è il vero soggetto di questa autobiografia: la ferita che non si rimargina, il luogo dove non potrai mai più tornare, la città che vivrà per sempre nella tua testa.

ibs_button

Altre notizie su: