The Book Of Souls: Live Chapter - Iron Maiden
Recensioni

The Book Of Souls: Live Chapter
Iron Maiden


Gli Iron Maiden sono tornati a fare live album, un’ottima notizia, per mille motivi. Tanto per cominciare – e scusate se è poco – Bruce dopo una lunga riabilitazione è tornato a cantare. La storia del cancro alla gola la sappiamo tutti e non è difficile immaginare quanto possa essere ottenebrante per la mente di chi canta essere attaccati nel fulcro della propria arte.

In più il Capitano Dickinson si è di nuovo seduto dietro la cloche dell’Ed Force One, l’aereo della band che, tra l’altro, per il Book Of Souls Live Tour, da “piccolo” Boeing 757 è diventato un 747 Jumbo Jet per poter scarrozzare in giro per il mondo sei signori inglesi e famiglie. E qui arriviamo al punto: la figata di The Book Of Souls: Live Chapter è che è un live album registrato ovunque, non in un’unica data. È già successo – penso a Iron Maiden: Flight 666, Live After Death e Live!! +one – ma questa volta si sente chiaramente nel boato del pubblico così come nel timbro di Bruce l’euforia che ti prende quando lasci alle spalle qualcosa di terribile.

Va da sé che, nonostante sia guarito, a complicare le cose al frontman si mette l’età. Nel 1983, quando è uscita The Trooper, nessuno si sarebbe immaginato di doverla cantare a 60 anni davanti a 30mila indemoniati. Eppure così è stato. Succede che un acuto insidioso diventi un urlo un po’ strozzato. Lo chiamo effetto “Ronnie James Dio”, un modo davvero degno di affrontare pezzi impegnativi, scomodi ma che la gente si aspetta. I tipici pezzi che le band ancora in vita dagli anni ’80 evitano caldamente per pigrizia o perché non sono più in grado. I Maiden no, e li mettono pure su disco così come li hanno suonati davanti al loro pubblico. C.B.

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