In Spades - The Afghan Whigs
Recensioni

In Spades
The Afghan Whigs


In questo disco – l’ottavo, in una carriera che risale al 1986, con una lunga pausa tra il 2001 e il 2014 – i veterani Afghan Whigs si presentano al meglio del loro meglio. E se a prometterlo fin dal titolo (In Spades) è un tizio schietto e genuino come Greg Dulli (d’altronde è italiano d’adozione, amicone di Manuel Agnelli) c’è da fidarsi.

E già che stiamo parlando di parafernalia (il termine si presta), dobbiamo dire che l’illustrazione di copertina di Ramon Rodrigues è davvero perfetta per presentare il disco e per il primo singolo, Demon in Profile.

«È un album spettrale», ha annunciato Dulli, cantante, chitarrista e autore di tutte le canzoni, «parla di come i confini tra la vita e la memoria possano sfumare». D’altronde i testi della band – e degli eccellenti side project di Dulli, The Twilight Singers e The Gutter Twins – hanno sempre indugiato sui temi della morte e della violenza.

Ci sono momenti riflessivi – Oriole, I Got Lost, Birdland – che sembrano ispirati più ai lavori paralleli degli ultimi anni che al passato glorioso della band, dove la voce aspra e imperfetta di Dulli ha spazio per elevarsi, spesso accompagnata da archi, in momenti di intensità devastante. E pezzi come Arabian Heights o Copernicus, che avrebbero potuto entrare in album ormai di culto come Gentlemen o Black Love.

In generale In Spades è la perfetta continuazione del nuovo corso degli Afghan Whigs, dopo il reboot del celebrato Do to the Beast (2014): una band che ha sempre scansato con fastidio ogni etichetta e che è libera di abbracciare le proprie contraddizioni, senza inseguire nient’altro che i propri demoni. O essere inseguita da loro.

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