Whitney - Nick Broomfield
Recensioni

Whitney
Nick Broomfield


Dopo i controversi Kurt & Courtney (1998) e Biggie & Tupac (2002) il documentarista Nick Broomfield torna a occuparsi di una star della musica scomparsa in circostanze tragiche: Whitney Houston, dopo Diana Ross e prima di Beyoncé l’indiscussa regina nera della musica pop internazionale.

Se nei precedenti lavori Broomfield sembrava più interessato a speculare sulle circostanze della morte di Cobain, Notorious B.I.G. e Tupac, e a gettare un’ombra sulle persone che erano loro più vicine (fra Broomfield e Courtney Love fu guerra aperta, e la Love si rifiutò di concedere i diritti della canzoni dei Nirvana), Whitney: Can I Be Me, come si evince fin dal titolo, è un documentario che preferisce tenere in secondo piano gossip e speculazioni per concentrarsi piuttosto su una questione importante: quella dell’identità di un’artista che ha finito per perdersi dietro la propria immagine.

Una star è, per definizione, una figura complessa, la cui persona si definisce attraverso le performance, la sua biografia personale, i materiali promozionali che circolano attraverso i media ecc… Nel caso della Houston, Broomfield (che qui divide la regia con Rudi Dolezal) sembra suggerirci che la sua immagine è stata definita da alcuni modelli che hanno finito per soffocarne la personalità: lanciata a folle velocità verso il successo da una madre che riversa su di lei le proprie ambizioni, la Houston viene prima presentata al resto del mondo come “la figlia di Cissy” (Houston, la madre, ndr) e “la nipote di Dionne Warwick”, per poi essere promossa come l’artista nera dal pop rassicurante, “bianco”, privo di riferimenti alla black culture nonostante sia nata a Newark proprio negli anni delle proteste violente degli afroamericani. Da quel momento in poi la frattura fra l’immagine pubblica che l’artista deve dare di sé e la propria vita privata – tormentata dall’abuso di sostanze, dalla relazione burrascosa con Bobby Brown e dall’oppressione di una famiglia interessata a far sì che lo spettacolo continuasse nonostante tutto – rimarrà insanabile.

È proprio perché le figure delle star sono costruite con un’attenzione e un controllo così maniacale che ci piace scoprirne i retroscena, conoscerne i segreti, nell’illusione di vedere dietro la maschera. A un buon documentario biografico si dovrebbe chiedere di lasciarci intravedere questo retroscena, senza la pretesa di definire a sua volta quale sia la “vera identità” del personaggio che indaga, o di pensare che questa coincida tout court con quello che ci raccontano il gossip o gli scandali – che sono altrettante costruzioni mediatiche.

In questo senso Whitney riesce a tenere in secondo piano la chiacchiera e l’illazione: nonostante ricorra in larga parte alle interviste ad amici e familiari della star, le cui parole suonano a tratti gonfie di retorica, il film ha il pregio di affidarsi alle immagini, e soprattutto a quei materiali inediti (backstage, filmati familiari) che non hanno la stessa patina artificiale delle immagini “ufficiali”. Ci sono dei momenti in cui i ritratti della Houston bambina, o ragazza, le sue esitazioni davanti allo specchio, le sue risate spontanee, i suoi sguardi diretti alla videocamera sembrano lasciar intravedere in qualche modo l’essere umano dietro la personalità. Forse, la domanda che la Houston poneva sempre agli altri – “can I be me?”, scelta come titolo del film e ripetuta con tale frequenza da essere stata perfino registrata, per scherzo, dai suoi collaboratori – era un interrogativo che l’artista rivolgeva soprattutto a se stessa, magari con la consapevolezza che la sua immagine era stata così tanto ripulita, tirata a lucido e resa innocua per il grande pubblico da essere ridotta a un guscio vuoto. Al documentario di Broomfield e Dolezal non interessa – per fortuna! – rispondere a questa domanda, ma far sì piuttosto che possa essere ascoltata ancora una volta.

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