Tabù - Giordano Tedoldi
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Tabù
Giordano Tedoldi


Capita anche a me di volere – o di fare, senza volerlo – proselitismo letterario. Leggi questo, leggi quest’altro. Mentre lo faccio, la sensazione è quella di provare una copia impallidita, mortalmente scialba, dell’originaria esperienza che era stata la lettura solitaria. Quando poi nel mio proselitismo incrocio qualcuno che ha effettivamente letto il libro che sto propagandando, è finita, e uno degli atroci momenti dell’esistenza – la condivisione tra due persone della bellezza – ha luogo”.

Lo scrive Giordano Tedoldi in un articolo di Rivista Studio, e devo dire che cercare di far proselitismo rispetto al suo romanzo Tabù mi pone di fronte allo stesso disagio, anzi di fronte a una forma ancora più complessa di disagio, perché la mia esperienza solitaria di lettura è inintelligibile persino a me stessa, e se dovessi incrociarmi per strada credo avverrebbe qualcosa di più ambiguo della condivisione della bellezza tra due persone.

Probabilmente allungheremmo entrambe il passo, nella speranza che nessuna riconosca l’altra, e con il timore di confessarci ciò che abbiamo vissuto. Leggere Tabù è stato come osservare la materia onirica di qualcun altro. Non con il distacco compiaciuto e autoprotettivo del voyerismo, ma proprio con un senso di deportazione in quei luoghi, senza accesso alla parola di sicurezza per chiedere di stoppare il sogno (confesso che ci sono stati momenti in cui l’ho desiderata quella parola, ma la vera potenza della scrittura di Tedoldi è saper attivare la voglia perversa di andare avanti, evitando però stratagemmi furbi da suspense o da inquietudine Lynchiana).

Il “sogno”, se vogliamo chiamarlo così, è quello di Piero Origo, professore di Storia e Filosofia al liceo, che decide di sedurre la moglie del suo miglior amico, Emilia – “la divinità del superfluo e del transitorio, e perciò molto più compiuta e affascinante di ogni necessità”. Il nono comandamento – non desiderare la donna degli altri – a maggior ragione se gli altri sono tuoi amici (“A volte penso che mi sono inventato un migliore amico solo per soffiargli la moglie”) resiste dalla notte dei tempi come principio di solidità sociale, in una società che tenta di espandere indiscriminatamente l’orizzonte di piacere.

Infrangere il comandamento, cioè sfidare il tabù, può spalancare le porte dell’inferno, e la cosa peggiore è a che a voler adottare un codice etico della depravazione potremmo sentirci ancora più ingabbiati che in una vita di apparente sanità morale. Sono i rischi del libertinaggio, la densità vischiosa della sua meccanica, quelli che faranno ritrovare Piero all’interno di una comune votata al libero amore.

Per Tedoldi il libero amore è un ossimoro e, quando Piero dovrà illustrare la comune a un’aspirante adepta, non sfodererà grandi doti da piazzista: “Siamo una specie di serraglio ottomano da opera buffa, siamo tutti devoti a una finzione estetica ed etica. A noi interessa solo un certo piacere dei sensi, una certa rilassatezza della vita, che non faccia troppo freddo, che non tiri troppo vento, che il mare si mangi pure tutta la costa ma non la fettina nostra, e, quel che è peggio, nessuno di noi (…) qui ha uno scopo nella vita, nemmeno provvisorio”.

Se Girard parlava della menzogna romanzesca descrivendo la struttura triangolare del desiderio – ovvero desiderare ciò che gli altri desiderano – Tedoldi complica la geometria intensificando e sovrapponendo triangolazioni, con rivalità che oscillano comicamente dall’eroismo passionale all’autocommiserazione: “Il proprio migliore amico sarà pure una faccenda infantile, ma io sono infantile, il mio istinto è puro infantilismo”.

L’ossessione di Piero nei confronti di Emilia perdura anche nella comune, dove ha fatto costruire una statua per poterla adorare “un sostituto così forte, che solo la pura e prolungata assenza del modello vivente lo supera in termini di piacere”. L’infrazione del nono comandamento si riverbera nel proliferare di legami incistati in una sorta di eterno presente, già contaminato dal peccato originale. “Io non penso che il tempo passi”, dice Marco, altro amico/rivale di Piero. “Noi cambiamo, ma solo apparentemente.

Perdiamo i capelli, i nostri occhi si sprofondano in orbite sempre più rosse, subiamo deformazioni per niente piacevoli. Ma se abbiamo il dono della memoria, vuol dire che è nella nostra natura guardare a tutta la nostra esistenza come una simultaneità”. E sarà anche il futuro a sconfinare nella simultaneità in una delle scene più belle – niente spoiler – alla fine del libro.

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