Divo Nerone - Opera Rock - Gino Landi
Recensioni

Divo Nerone - Opera Rock
Gino Landi


Anteprima a inviti: un’espressione che a Roma è sinonimo di guerra di posizione, assalto all’arma bianca, disastro naturale. Senatori e senatrici – che magari non finiranno nei listoni elettorali nelle prossime elezioni anticipate, ma nelle liste VIP non mancano mai –; attori e attrici, più o meno famosi; giornalisti veri e presunti; la marea imbarazzata e imbarazzante dei biglietti omaggio di sponsor privati e istituzionali, dalla zia della nipote dell’amante del funzionario comunale all’amico del fratello dell’ufficio stampa del media partner; varie ed eventuali, nessuno manca all’appello, soprattutto se siamo sul colle Palatino, si dominano i fori tra Basilica di Massenzio e Colosseo e lo spettacolo, Divo Nerone Opera Rock, è di quelli di cui tutti straparlano, tra polemiche, voci di corridoio e superbudget.

Ecco che così scene modello La grande bellezza diventano il vero happening della serata: donne stoiche con tacchi chilometrici passano due ore e venti in piedi sui sampietrini; rimangono per tempo immemore in attesa di biglietti promessi e introvabili invalidi e future madri all’ottavo mese di gravidanza – memorabile lo scambio tra una hostess esperta e marito della gestante “ahò, mi moje è ‘ncinta, esci fori sto bijetto o te meno”, e lei “carmate, nun c’entro gnente non posso esse stata io a ingravidalla” –; amici, colleghi e affini di chi ha lavorato al musikolossal cercano scuse per scappare, dopo un’attesa infernale (alle 20 si sarebbero dovuti aprire i cancelli, si è iniziato alle 22.18); le mitiche leggende metropolitane che solo a Roma: “ahò, nun ce so’ i permessi, i vigili der fuoco se ne so’ annati, è sartato tutto”, frase che ha provocato un’emorragia di 150 persone in fila; “hanno chiuso tutto, semo troppi” e altri 80 dicono addio; “fra 10 minuti se comincia, chi c’è c’è” commenta un pragmatico buttadentro. Uno spettacolo nello spettacolo, molto Roma. Non Roma Antica, però, quella di Nerone, più ancien regime da Prima Repubblica, ma fa lo stesso.

Alla fine, entro, facendomi nuovi amici nella fila massacrante al box degli accrediti dove una splendida fanciulla precipita in una disperata rassegnazione (e la salvo da diversi “lei non sa chi sono io” neanche fossi Anne Hathaway ne Il diavolo veste Prada), incontrandone di vecchi nel lungo accesso alla sala, perdendone altri che decidono per una cena in centro o un ritorno a casa (“c’è 1993, le ultime puntate, sticazzi de Nerone”). D’altronde, prima di criticare, pensate che come faceva notare in questo clima da tregenda un calmissimo e fascinoso Nicolas Vaporidis, “qui non ce li abbiamo teatri da 3200 posti”. Niente paura né esplosioni di rabbia, perché Roma ha visto incendi – appunto – e invasioni, nevicate ed eserciti a combatterle, non si ferma di fronte a un’anteprima organizzata male. Al massimo risponde con battute feroci e surreali. Le migliori? “Aò, nun sarà corpa d’a Raggi, ma certo che un po’ sfiga la porta ‘a sindaca”; “ce stanno a regalà l’acqua, ma qui ce vorebbe ‘na carbonara”; “bono, se provano a fa n’attentato, qui rimbarza” (politicamente scorretto, ma la Capitale è così).

Tutti erano pronti a farsi piacere lo show: era costato tanta fatica e forza di volontà, che pochi avrebbero ammesso di aver sbagliato a rimanere. Purtroppo pochi, alla fine, non se ne sono pentiti. Divo Nerone – Opera Rock è un carrozzone fracassone che tutto è fuorché rock. In certi momenti, tipo quello di “I’m Superstar” un po’ camp, in altri (quasi sempre) un incrocio tra Fivelandia e una parodia dei peggiori Pooh, con momenti folk incomprensibili e tanto, troppo trash. Non si va meglio sul piano narrativo: le caratterizzazioni dei personaggi sono molto imbarazzanti, i dialoghi fanno rimpiangere il mitico The Lady di Lory Del Santo, il peggio però arriva con le canzoni, musicate male e, appunto, con testi anche peggiori.

Se non ci credete, vi offriamo un saggio delle migliori rime raccolte in quasi 150 minuti di show. “Palatino-Pecorino”, un ardito e colto “Cupido-libido”, “sei un caprone sarai Nerone”, e un geniale “via gli scudi tutti nudi”. E sono tra le migliori, attenzione. Un pugno nell’occhio questo sforzo di scimmiottare Notre Dame de Paris – David Zard, perdonali, perché non sanno quel che fanno – e le repliche meno riuscite di Mamma Mia, con un Nerone fricchettone che si crede Gesù e si scopre Charles Manson, una Poppea popputa e una Agrippina che parla come Virginia Raggi, “il tempo sta cambiando” compreso. Intendiamoci, poco da dire su attori-cantanti e ballerini: tutti bravi, ma costretti appunto a declamare parole imbarazzanti ed eseguire coreografie che già negli anni ’80 erano vecchie e che fanno sembrare Fame uno spettacolo degli Stomp.

Capisci immediatamente perché gli organizzatori – che si dibattono tra le notizie (oggi il Fatto Quotidiano ci va giù pesante soprattutto per la partecipazione, pari a un milione di euro, di una società che fa capo alla Regione Lazio) sulle spese eccessive per palco, platee e spettacolo e voci che vorrebbero la prevendita asfittica (e si andrà avanti fino al 10 settembre!) – hanno venduto molto ai tour operator, per i pacchetti viaggio riservati agli stranieri: questo Nerone, questa Roma Antica, sembrano a uso e consumo di come ci vedono gli americani, nei momenti migliori dello show (pochissimi) sembra di essere di fronte alla serie tv Rome. Da qui, alla fine, gli applausi tiepidi ma tenaci di parte del pubblico, forse anche “amico” e qualche fischio, entrambi attutiti, da un’acustica, giustamente, tutta a favore di palco.

Nulla da dire, ovviamente, sulle scenografie della coppia Ferretti-Lo Schiavo, perfette e ambiziosissime anche nella meccanica e nei cambi, così come per i bellissimi costumi di Gabriella Pescucci. Il poker di Oscar si chiude con Bacalov che invece sembra più vicino alle sue opere più didascaliche e che nelle musiche sembra affidarsi a una scarsa vena creativa. Migliacci, padre (due grammy) e figlio, Franco (autore dei testi già citati) ed Ernesto (produttore), non sembrano avere le spalle abbastanza larghe per un lavoro così ambizioso e sconclusionato. Il racconto dell’epopea dell’imperatore artista e paranoico diventa il pretesto per un racconto involontariamente comico – specialmente nella prima parte è impossibile trattenersi dalle risate, purtroppo per tutti nei momenti sbagliati – e che alla fine, quando cerca di salire nei contenuti e nell’emotività, crolla fragorosamente. Il rischio concreto è che all’intervallo, nelle prossime settimane, si rischi l’esodo, sebbene ieri, va detto, un buon 65% di un pubblico piuttosto provato dall’attesa monstre, non abbia rinunciato neanche a un minuto.

Di sicuro quello che gli amici di Nerone gli dicono alla fine “la tua arte non è morta perché non è mai esistita” sembra la migliore (auto)recensione possibile.