Death Song - The Black Angels
Recensioni

Death Song
The Black Angels


«Essere nero e relativamente consapevole in questo Paese significa vivere in uno stato costante di rabbia». Così scriveva James Baldwin da afroamericano nel ’61. A essere bianchi e originari del Texas, oggi, si può soffrire di una rabbia diversa per ciò che specularmente rappresenta la propria identità, e questo sembra essere diventato un problema per chi come i Black Angels appartiene a un immaginario psycho-rock iper-americano, considerando cosa significa “essere americani” in epoca trumpiana.

Nella scena culto di True Detective – quella in cui Rust Cohle, da cowboy esistenzialista, dice: “Start asking the right fucking questions” – ci siamo esaltati nel sentir montare Young Men Dead, ma nel loro album ci mettono in guardia sulla nostra esaltazione, trasformando la rabbia in uno stato di allerta, come se la psichedelia si ritorcesse per passare dall’esplorazione psicotropa alla coercizione.

Già Currency, in apertura, rivela il substrato di ossessione martellante, con versi di monito che suonano un po’ naïf nella loro pesantezza, ma la vera domanda è se un pezzo come Currency, o ancora di più Comanche Moon, possa diventare una canzone di protesta, se inneschi un senso di appartenenza o un atto di fiducia nel rock, o se il sound dei Black Angels sia più l’espressione residuale di una rabbia che si manifestava così vent’anni fa.

L’essere in un certo senso “fuori tempo” è anche un pregio del disco, ma crea distanziamento. I pezzi più belli sono quelli più scuri, come Estimate, accattivante e persuasiva, o Half Believing dove riecheggia la splendida malinconia di Witching Stone dei Black Heart Procession.

Altre notizie su: