'Mi vivi dentro', la recensione | Rolling Stone Italia
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Ho letto ‘Mi vivi dentro’. E ho conosciuto Francesca

Alessandro Milan ha scritto della tragedia che ha travolto sua moglie Francesca Del Rosso. Un libro bello e potentissimo, che lascia senza difese, che racconta di chi ha amato e vissuto davvero.

Scrivere qualcosa di Mi vivi dentro è una faccenda complessa. L’ho letto in due ore senza fermarmi se non per dire “Ciao” al mio fidanzato che era stato fuori tutto il giorno e poi ho passato un’altra mezz’ora a cercare delle immagini, dei video di Francesca Del Rosso quando ancora era qui tra noi a bere mojito e a comprare zoccoli improbabili. Sono partita dalla sua morte, per poi conoscerla un po’ di più da viva. Francesca era la moglie di Alessandro. Ed è morta di cancro, dopo una battaglia durata sei anni, un anno e tre mesi fa.

Molti ricorderanno la lettera su fb che lui, nel dicembre del 2016, scrisse per annunciare la sua morte. No, non è vero. Non era solo un post che diceva “è finita”, era molto di più. Era un post in cui Alessandro ci diceva che sì, Francesca aveva perso la sua battaglia, ma, soprattutto, ci spiegava come forse mai aveva potuto fare – per pudore, delicatezza, speranza – quanto Francesca avesse patito negli anni in cui magari qualcuno se la ricordava più col sorriso e gli orecchini colorati che agonizzante tra chemio e letti d’ospedale, prima di andarsene. Quella lettera divenne virale. Ci scosse, ci fece piangere. Ci fece capire. Era un uomo, a scriverla. Uno che sentivamo con la voce squillante e la sottile ironia di primo mattino, su Radio24. Uno che non ci aveva mai fatto sospettare nulla.

Sì, la sua Francesca detta Wondy aveva scritto un libro sulla sua malattia, sì, aveva un blog su Vanity, però eravamo rimasti che era guarita, no? Aveva i suoi capelli biondi, nel 2014 dalla Bignardi. Un vestito nero che le lasciava le sue braccia asciutte scoperte. Diceva “Adesso sto bene”. Scherzava, perfino: “Ho lo stesso gene di Angelina Jolie. Così ora so che abbiamo due cose in comune: quello e l’amore per Brad!”. Invece non avevamo capito niente. Ci fu chiaro, all’improvviso, quell’11 dicembre del 2016, che lei ci aveva mentito. Che non stava bene, che aveva scoperto una recidiva poco giorni prima, quando andò a Le invasioni. Che da Daria a prendersi gli applausi della vincitrice non aveva più tanta voglia di andare. Invece sfoderò il suo sorriso migliore e mentì. Di sicuro non a se stessa, era troppo intelligente.

Quello che ha passato Francesca è raccontato in Mi vivi dentro con una potenza narrativa che tramortisce. E lo fa perché non c’è una sequenza temporale nel libro, ma periodi che si sovrappongono come a ricordarci che la vita, l’amore, la malattia, la morte sono stati parte della stessa quotidianità, in quei sei anni dalla scoperta della malattia alla fine. Ed è così che in una pagina ti ritrovi a voler bene a Wondy perché è la ragazza delle feste a tema e i compleanni da celebrare, nella pagina successiva vorresti urlarle un po’ addosso, perché accidenti, almeno un uovo sodo potresti imparare a farlo anziché delegare tutto al povero marito.

Poi arrivano le pagine in cui sei lei, pure se al massimo hai avuto 39 di febbre in vita tua. E vorresti che fosse ancora viva per abbracciare forte la donna che mutilazione dopo mutilazione, col corpo offeso, tagliato, ricucito, a un certo punto dice al marito “Se vuoi andare con un’altra io ti capisco”. Glielo dice senza rabbia. Glielo dice perché smette di sentirsi desiderabile dopo che il cancro s’è mangiato i seni e le sue certezze. Quello che fa più male, di Mi vivi dentro è leggere quelle parole di Wondy – le stesse che aveva detto da Daria Bignardi – quelle che ripete alla fine, in un letto d’ospedale, e cioè “Quello che mi dispiace di più di morire è il non veder crescere i miei figli” e che sono il distacco vero dalla vita. Quello più doloroso.

Perché Wondy la vita se l’è bevuta, ha fatto su e giù per il mondo, ha amato, ha litigato, ha scritto perché scrivere era la sua passione, ha messo ombretti azzurri, abiti corti e calze colorate. E nel frattempo, sperava di poter vincere. C’è una frase, che me l’ha fatta amare tanto, Wondy. Per tanti sarà una frase superflua, la meno importante. E’ quando commenta il fatto che il cancro sia tornato ad aggredirla, dopo la prima chemio. Dice che in fondo la prima volta sì, è stata dura, ma c’era almeno la curiosità di capire cosa le stesse capitando. La seconda no, la seconda era dolore e basta. Ecco.

Era una narratrice Wondy. Di sé, del piccolo mondo che la circondava, del dolore. Le narratrici sono curiose e davanti al male si organizzano. Ma amano giocare ad armi pari. Tu conduci il gioco, ma io ho la penna. La seconda volta la penna le è caduta dalle mani. Era una guerra di tradimenti e colpi bassi, quella con il cancro.

E alla fine ha perso. Ma come diceva Alessandro un anno fa, Wondy ha lasciato tanto al mondo. Perfino questo libro bellissimo che non ha scritto lei ma un po’ è come se lo fosse e che ci lascia senza difese. E con l’immagine della sua bimba che il giorno in cui Francesca morì (e le fu detto), provò a chiamare la mamma al telefono. La mamma non poté risponderle, ma questo libro, un giorno, per lei e suo fratello sarà tante risposte. Grazie Alessandro. Grazie Wondy.

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