Moonlight - Hanni El Khatib
Recensioni

Moonlight
Hanni El Khatib


Padre palestinese e mamma filippina, americano di prima generazione, col suo nome Hanni El Khatib starebbe bene in un’antologia di blues del deserto. Roba tipo Mdou Moctar, Tinariwen, Bombino: il rock blues dei padri fondatori come ultima – paradossale – frontiera dell’esotico.

Non è soltanto il nome. Con l’Hendrix sahariano Bombino, El Khatib ha condiviso un passaggio negli studi di Dan Auerbach dei Black Keys, in occasione della registrazione del secondo album. Si sente bene. Fin troppo. Anche se in questo terzo e ultimo Moonlight, registrato per cavoli suoi, il tentativo sarebbe quello di allontarsi dal neo-garage di Black Keys e Jack White complicando gli arrangiamenti e i suoni, aprendosi a collaborazioni come quella con Gza dei Wu Tang Clan, facendo suonare una sezione di archi italo-disco nella conclusiva Two Brothers.

El Khatib – piccolo imprenditore di tavole da skateboard nella vita – mette in scena il suo rock blues attraversato dai vampirismi dark tipo Cramps, dagli umori deboli e sbruffoni della nuova mascolinità di tatuaggi, barbe, t-shirt, horror, Mexico, rock’n’roll. Il deserto di El Khatib è Los Angeles. Il blues quello dei suoi garage. Qui si truccavano automobili, si piallavano tavole da surf, si assemblavano distorsori per chitarra dagli effetti atomici, ai bei tempi. Nella voce di El Khatib, raddoppiata dal riverbero, risuona più di una volta questa malinconia .

E dovrei aggiungere che il set scelto da Renzi per l’ultima Leopolda di quest’anno era proprio uno di quei vecchi garage, ma non voglio infierire ché non ho più spazio e i tempi sono duri per tutti.

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