Requiem - Goat
Recensioni

Requiem
Goat


Sciamannati come sono, i Goat pensano ancora di fare World Music (è anche il titolo di un loro disco del 2012): per fortuna rimangono sempre più rock&roll di un sacco di altre band. Sarà per via del mistero che li circonda – in variabili gradi di mascheramento, la band-setta si presenta come una colorata masnada di sacerdoti psichedelici-stregoni da villaggio-sciamani in piena trascendenza-maestranze di qualche sabba orgiastico ecc. Una versione apocrifa racconta la loro origine nell’estremo nord svedese di Korpilombolo, luogo di tradizioni voodoo per eredità di una strega guaritrice che alloggiava da quelle parti. Vero o no (ma è bello pensare di sì), oggi i Goat fanno base più borghesemente a Göteborg, forse per assonanza tra i nomi.
Il loro nuovo album, Requiem, apre una fase più posata della loro carriera: flauti di pan a go go (Union of Sun and Moon e Temple Rhythms); chitarrine pizzicate in I Sing in Silence, che richiamano il rock desertico di Bombino; addirittura ritmi vagamente bossa nova come in Psychedelic Lover. Non mancano ritorni al rock psichedelico tipicamente 70’s dei primi album, come l’assolo di Alarms, o Goatfuzz, che sembra uscito dall’avventuroso lato B di Superunknown dei Soundgarden. Idea per un’istallazione/sfondo a una serata molto cool: proiettare senza audio The Witch, il bellissimo film horror-storico in cui il protagonista è proprio un caprone nero – accompagnato dalle musiche di Requiem. Il successo è assicurato.

Questa recensione è stata pubblicata su Rolling Stone di ottobre.
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