Gimme Danger - Jim Jarmusch
Recensioni

Gimme Danger
Jim Jarmusch


Mai sentito parlare del cowboy Buffalo Bob o del terrificante clown Clarabell del programma tv per bambini Howdy Doody? Mostruosità che, mischiate con un po’ di marxismo imparato nel Michigan, i film di Cecil B. DeMille, di Lucille Ball, un frullato di Bo Diddley, Chuck Berry e del blues di Chicago, sono alle origini profonde del folle personaggio Iggy Pop, nato James Osterberg, e del suo celebre gruppo, The Stooges, che vomitò sesso, follia, musica tra il 1967 e il 1973 cambiando per sempre la storia del rock.

Lo capiamo a Cannes vedendo Gimme Danger, il commovente documentario – ma è di più, quasi un atto d’amore – che Jim Jarmusch ha consacrato al suo vecchio amico e idolo Iggy Pop e a quella che proprio il regista definisce «la più grande rock band di ogni tempo». O forse solo quella che «ha aperto la mente» a tanti che sono venuti dopo, dai Ramones ai Sonic Youth. Musicalmente evoluti, ma fuori di testa e fuori controllo, gli Stooges prendevano il nome da un celebre trio comico del cinema, The Three Stooges. «Non mi importa come vi vogliate chiamare», rispose brutalmente Moe Howard al bassista del gruppo che gli chiedeva il permesso di usare il loro nome, «dal momento che voi non siete The Three Stooges!». Si formarono nel 1967, dopo un bel periodo di preparazione, che vide Iggy Pop non ancora Iggy Pop suonare la batteria con The Iguanas e poi fare blues a Chicago con Big Walter Horton, e si sciolsero nel 1973. Ancora tutti vivi. Jarmusch ottiene da Iggy Pop e soci delle interviste favolose, che non risparmiano niente riguardo a formazione comunista, droga, follie sul palco, con Iggy che si butta a sorpresa sulle ragazze della prima fila al concerto, ma quelle si spostano e lui si rompe i denti davanti. E, ancora, i rapporti con gli altri gruppi e cantanti, i Velvet Underground, Nico, John Cale, Andy Warhol, che invita Iggy a scrivere una canzone leggendo il giornale, il manager che gli propone una versione musicale di Peter Pan (e Iggy Pop sostiene che sarebbe stato più adatto a un musical su Charles Manson), la visione di John Wayne a Hollywood, l’incontro fondamentale con David Bowie. Jarmusch monta non il solito materiale di repertorio, ma rarità dei fan: «Vecchi spacciatori, bootleggers e strani compagni di viaggio», ha spiegato Iggy. Incredibilmente, dopo anni di follie e una lunga catena di amici scomparsi per strada, Iggy è lucidissimo. Ricorda perfettamente la costruzione musicale dei loro singoli pezzi. E l’idea del collare da cane che ruba al suo vicino di casa Ed Sanders. E la storia di quando cantarono alla convention democratica a Chicago nel ’68.

La presenza di Jarmusch è discreta, invisibile. Vuole solo raccontare la storia di un gruppo di ragazzi che ha cambiato l’immagine e il suono del rock, del punk, del cinema, della moda. Un collage, ha detto lo stesso Jarmusch, ma anche un film costruito come un brano musicale degli Stooges. Per essere uno di loro.

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