Ghost In The Shell - Rupert Sanders
Recensioni

Ghost In The Shell
Rupert Sanders


Un mondo del futuro dove il confine tra uomo e macchina (e pensiero umano e AI) è sempre più sfumato, ed è possibile hackerare la mente delle persone per prenderne il controllo? Nel 1989, anno in cui Shirow Masamune ha iniziato a pubblicare in Giappone il suo manga di culto Ghost in the Shell, era un’idea inquietante, eccitante, inverosimile – e la versione animata del 1996 di Mamoru Oshii ha cementato anche in Occidente lo status di culto di questa saga. Ma nel 2017, con automobili che quasi si guidano da sole, protesi che quasi replicano gli arti umani, e intelligenze artificiali come Google DeepMind che quasi si avvicinano alla complessità del cervello umano, le visioni di Ghost in the Shell potrebbero sembrare roba superata.

Eppure questa versione live-action diretta da Rupert Sanders (Biancaneve e il cacciatore), con protagonista Scarlett Johansson – larga parte dell’aspettativa rispetto al film sta in quella tuta aderente color carne in cui appare inguainata nei trailer – funziona nonostante tutto ciò che abbiamo visto nel frattempo. Molto potente a livello visivo, Ghost in the Shell è chiaramente indebitato a pietre miliari sci-fi come Blade Runner, Il quinto elemento o Matrix, aggiornati ai progressi della CGI e all’evoluzione delle metropoli – il film alterna skyline sovrastate da giganteschi ologrammi pubblicitari al neon, con scorci di urbanizzazioni ad alveare realmente esistenti girati a Hong Kong e Shanghai. È un mondo scintillante solo in apparenza, ma lercio e cadente sotto i grattacieli delle élite. Il film attira lo spettatore con caleidoscopici panorami digitali, ma sono i dettagli più crudi e realistici ad affascinare di più.

Protagonista del film è il Maggiore Mira Killian (la Johansson), prima del suo genere, cervello umano dentro un corpo interamente robotico. È in forza alla Sezione 9, l’unità antiterrorismo del governo giapponese. Il Maggiore deve la propria esistenza alla Hanka Robotics, che fornisce dotazioni cibernetiche alla Sezione 9. È stata scelta per diventare un super-soldato dopo che un attentato terroristico ha fatto affondare la nave con cui lei e genitori, rifugiati, stavano sbarcando nel paese. Questo, almeno, è ciò che le è stato raccontato. Ed è l’unica cosa che conosce del proprio passato. Non serve grande immaginazione per intuire come il Maggiore si senta immensamente sola, tanto da cercare di notte, il contatto di una prostituta umana solo per chiederle che cosa si prova ad essere toccati – una scena intima e audace, degna dei momenti migliori del già citato Blade Runner.

Quando un cyberterrorista luddista di nome Kuze inizia a colpire scienziati e strutture della Hanka, la Sezione 9 è incaricata di trovarlo e ucciderlo. Ma chi è davvero Kuze? E che motivo ha per odiare la Hanka?
Al di là delle controversie provocate dalla scelta della Johansson (comunque perfetta, al di là della tuta color carne) per un ruolo che dovrebbe essere asiatico, il cast di Ghost in the Shell è fantasioso e internazionale: Juliette Binoche è la scienziata che ha creato il Maggiore, e verso cui ha un atteggiamento materno; Pilou Asbaek (lo abbiamo già visto nella serie danese Bergen) è Batou, collega e migliore amico del Maggiore; Michael Pitt, più spettrale che mai, è Kuze, una sorta di Frankenstein in cerca di vendetta (non dico altro!); e il sempre fichissimo Takeshi Kitano, con un’improbabile cofana bionda, è il capitano Daisuke, capo della Sezione 9, un pistolero vecchio stile apparentemente catatonico, ma che è meglio non fare incazzare.

Per la gioia dei fan, Sanders replica fedelmente alcune sequenze della versione anime di Oshii mentre, per la colonna sonora, oltre al tema originale di Kenji Kawai del 1996 (anche remixata da Steve Aoki), ci sono brani di Tricky (l’inedita Escape), DJ Shadow, Nils Frahm e Gary Numan. A livello di storia, invece, questo Ghost in the Shell è stato semplificato, e per una volta non è detto che sia un delitto imperdonabile. Per una produzione che deve compiacere i fan di tutto il mondo, forse era inevitabile; anche se si perde molto della cupa malinconia dell’originale.

Ma un cast azzeccato, una trama coerente, e alcuni momenti di pura meraviglia visiva (come l’onirica sequenza iniziale, in cui Mira viene “creata”: sotto acciaio, poi sangue, carne e pelle sintetici) fanno di questo difficile adattamento un successo non così scontato. Se qualcosa è si è perso nella traduzione – succede, nelle faccende giapponesi – consolatevi pensando agli infiniti modi in cui questo film poteva essere un disastro, e non lo è stato.

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