Get Hurt -  Gaslight Anthem
Recensioni

Get Hurt
Gaslight Anthem


I l più americano dei gruppi rock americani del XXI secolo. Questo sono i Gaslight Anthem, nel bene e nel male. Giunti al quinto album, possono permettersi di cantare «I still love rock&roll and I still call somebody baby» senza risultare patetici, nella canzone d’apertura, Stay Vicious, che deve più al post grunge tardi anni ’90 che al suono blue collar intriso di punk grazie al quale si sono fatti notare con i primi due dischi, The ‘59 Sound e American Slang.

C’è tanta, tanta poetica e quel pizzico che basta di retorica stelle e strisce in tutto quel che i Gaslight Anthem fanno, suonano e cantano. Forse hanno perso spontaneità e immediatezza, ma, esattamente come il disco precedente, Handwritten, questo nuovo Get Hurt (prodotto da Mike Crossey, noto anche per i lavori con Arctic Monkeys e Jake Bugg) entra dentro ascolto dopo ascolto, tra ballatone epiche da accompagnare con una mano sul cuore (1000 Years, Selected Poems, la stessa title track) e pezzi tirati da sbraitare con l’indice puntato verso l’alto.

Se Helter Skeleton è una bella giostra sali e scendi, il primo singolo estratto dal disco, Rollin’ and Tumblin’, è un vero e proprio uragano. Fa storia a sé la delicatissima, romantica Break Your Heart, ennesima dimostrazione che il cantante Brian Fallon preferisce seguire le tracce di Eddie Vedder e i Pearl Jam piuttosto che inseguire Bruce Springsteen e la E Street Band.

Il problema più grosso dei Gaslight Anthem è che, al netto dei dischi sfornati, dell’immagine e dell’estetica da America genuina che sono riusciti a costruire intorno a loro, non riescono a esplodere dal vivo. E proprio queste canzoni, su un palco, necessitano di una forza che i Gaslight Anthem, quelli in carne e ossa, raramente dimostrano di avere. Per questo, li aspettiamo all’ingresso dell’Alcatraz di Milano, il prossimo 10 novembre, sperando di ricrederci ed essere messi al tappeto da un muro di chitarre.