Città in fiamme - Garth Risk Hallberg
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Città in fiamme
Garth Risk Hallberg


Città in fiamme di Garth Risk Hallberg – un selvaggio tuffo dentro la desolata confusione della New York dei tardi anni ’70 – è celebrato come il migliore e più grande (anche in senso letterale) romanzo d’esordio dell’anno. La cosa più stupefacente a proposito di Città in fiamme è che il suo autore prima del 1978 non era nemmeno nato: è originario della Louisiana ed è cresciuto, figuratevi, nelle pianure costiere del North Carolina.

Hallberg, un rispettato critico letterario, ha passato l’adolescenza a Greenville: «una piccola città universitaria che è nella classifica di Playboy dei migliori party scolastici», dice. «Non mi sono mai davvero sentito a casa, lì». Hallberg ha trovato rifugio in Jack Kerouac, in Allen Ginsberg, e nella “supernova” culturale dell’era Ed Koch, sindaco di New York per tre mandati dal 1978 al 1989. «Nella mia città, a 14 anni ero considerato il beatnik locale», dice. «La scena di New York mi appariva come un paesaggio fantastico. Mi piaceva pensare che tutte le persone che non appartenevano ad alcun altro posto, in qualche modo si ritrovassero lì».

L’idea dietro Città in fiamme è venuta a Hallberg nel 2003, mentre era su un pullman Greyhound diretto a New York: un pellegrinaggio che era iniziato quando aveva 17 anni. Nel momento in cui era comparso il profilo irregolare di lower Manhattan, sul suo iPod era partita Miami 2017, la canzone di Billy Joel. «Non l’avevo mai sentita prima», dice Hallberg. «Rispetto Billy Joel, ma non sono il tipo di persona che prende e si mette ad ascoltare Il meglio di Billy Joel». Quella canzone, pubblicata nel 1976 ma narrata da un momento nel futuro, parla della distruzione a cui New York sarebbe stata condannata da lì a quarant’anni. Per Hallberg è stato come se il passato e il presente – sostanzialmente il 1976 e l’11 settembre 2001 – in quel momento crollassero davanti ai suoi occhi. «C’è un preciso immaginario sui roghi che venivano appiccati negli anni ’70, e ho realizzato: “Questa canzone parla anche di oggi”. Ho buttato giù subito un’intera scena, e nel giro di dieci minuti avevo l’essenza della storia. Hallberg è tornato sull’idea nel 2007, quando con la moglie si è trasferito a Brooklyn, dove la coppia vive ancora oggi con i due figli piccoli.

Città in fiamme utilizza un singolo episodio di cronaca – la morte di una ragazzina a Central Park durante la notte di capodanno del 1976, per un colpo di arma da fuoco – per esplorare le vite di una miriade di newyorkesi: i colletti bianchi di Wall Street, due fratelli dell’alta società in cattivi rapporti, anarchici dalla molotov facile e ragazzini perduti che vivono alla periferia della nascente scena punk. Mentre l’inchiesta sull’omicidio procede, questi personaggi sono attratti l’un l’altro, per finire dentro il caos del Grande blackout del 13 luglio 1977 – l’oscurità perfetta, da cui solo alcuni di loro riusciranno a uscire.

Hallberg ha ottenuto un anticipo da record sui diritti del romanzo: quasi 2 milioni di dollari. Ma Città in fiamme è davvero quel genere di libro, così raro e speciale: è un intero universo, interamente abitabile, che riflette le nostre esistenze e al tempo stesso offre un’esaltante possibilità di fuga dalle stesse. «Per me», dice Hallberg, «questa città non era solo un posto dove lavorare, era un luogo dove sognare. Voglio che tutti possano sperimentare il mio stesso senso di libertà».

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