Lo chiamano Jeeg Robot - Gabriele Mainetti
Recensioni

Lo chiamano Jeeg Robot
Gabriele Mainetti


Enzo Ceccotti a Tony Stark je fa ‘na pippa. E non scandalizzatevi, perché siamo a Roma e i supereroi sono pure un po’ supercafoni, ma alla fine in un derby sanno qual è la squadra giusta per cui tifare. Zingaro è il Joker all’amatriciana: canta Fossati, ha fatto Buona Domenica e vuole fa’ er botto. Gabriele Mainetti, il regista, è quello di Basette. E se non l’avete visto, quel capolavoro ispirato a Lupin, fatelo prima di continuare a leggere. Solo lui poteva costruire un vero film di supereroi qui in Italia: Enzo si tuffa nel Tevere, e lì, se ne esci, i superpoteri, se non li hai, ti vengono; lo Zingaro calcola il successo con le visualizzazioni su YouTube e canta e ammazza con la stessa pacchiana disinvoltura. Claudio Santamaria è un protagonista stropicciato pure quando potrebbe avere il mondo tra le mani, è fragile e sbagliato e capace di esporsi allo spettatore con candida ruvidità, mentre Luca Marinelli è geniale nel vestire i panni del trans come dell’aspirante boss, del ragazzo di vita come del marito amorevole, con la stessa camaleontica capacità di mimetizzarsi in un personaggio che è solo dei più grandi. La principessa Ilenia Pastorelli è adorabile nella sua surreale centralità, ma tutto è in mano a Mainetti, che con il cinema sa divertirsi. Sa vedere il gioco dove altri vedono l’esposizione autoreferenziale del proprio talento, sa che essere autore è saper dare una firma alle proprie (bellissime) inquadrature e non punire chi guarda. Ha ironia e fantasia, i migliori tra i superpoteri: anche perché senza quelli, in Italia, quando riusciva a farlo un film così?

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