Sonic Highways - Foo Fighters
Recensioni

Sonic Highways
Foo Fighters


Sono passati 20 anni da quando Dave Grohl entrò in uno studio di Seattle per registrare alcune canzoni che aveva scritto mentre era ancora il batterista dei Nirvana. Ai tempi, i Foo Fighters non erano proprio una band, ma un progetto personale senza troppo impegno. Nel corso del tempo, però, le chitarre si sono fatte più grosse e i ritornelli si sono trasformati in inni da stadio; così, quello che poteva essere un altro episodio alla Izzy Stradlin and the Ju Ju Hounds è diventato forse il più vitale gruppo rock&roll dei nostri tempi.

Album dopo album, Grohl ha capito come andare avanti, dalla consacrazione rock di One by One del 2002 al doppio LP acustico/elettrico In Your Honour del 2005, oppure il ritorno all’analogico del crudo Wasting Light del 2011. Questa volta, ha costruito un concept intorno al documentario Sound City, dove porta eroi come Stevie Nicks e Tom Petty a Los Angeles, negli studi in cui furono registrati i loro grandi classici: un album che è quindi un viaggio attraverso gli Stati Uniti.

L’anno scorso, Grohl è stato in otto città americane con la crew di HBO, intervistando figure chiave della musica come l’icona punk Ian MacKaye a Washington D.C oppure Willie Nelson ad Austin, traendo così ispirazione per Sonic Highways. La fulminante The Feast and the Famine riflette sulla sommossa scoppiata a Washington D.C. dopo l’assassinio di Martin Luther King Jr mentre il pezzo d’apertura Something from Nothing riprende il racconto di Buddy Guy sulla povertà dei suoi esordi: “A button on a string, and I heard everything”.

Nonostante il concetto alto alla base del disco, Sonic Highways non è una grande svolta per i Foo Fighters: le otto canzoni dell’album hanno le stesse chitarre cariche di crunch, gli stessi crescendo furiosi e gli stessi bridge imploranti di tutti gli altri album fatti dal gruppo in questo millennio. Ospiti locali come Zac Brown (Nashville) e la Preservation Hall Jazz Band (New Orleans) si intrufolano nel ben oliato sound dei Foo Fighters. Su What Did I Do? God as my Witness, un inno tra Queen e Beatles, la chitarra di Austin Gary Clark Jr non fa tanto la differenza. Joe Walsh spinge però Outside con un assolo spaziale che sfocia in una devastante apocalisse.

Ed ecco i due momenti forse più ambiziosi del gruppo. La conclusiva I Am a River si allarga per sette minuti, con un’orchestra che accompagna Grohl travolto dalle emozioni. Subterranean è invece un pezzo discreto: una ballata astratta dal profumo floydiano che racconta la fine di una relazione importante per un uomo, argomento sul quale Grohl sa due o tre cose. Ma non c’è nulla di davvero eccitante come i primi dischi dei Foo Fighters, oppure pieno di emozioni oscure come le migliori canzoni di Wasting Light. Grohl aveva detto di voler fare un album più sperimentale, ma poi è arrivato alla seguente conclusione: “Fanculo”. Noi avremmo preferito se avesse preso una strada un po’ più avventurosa.

 

 

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