Everything Will Be Alright in the End - Weezer
Recensioni

Everything Will Be Alright in the End
Weezer


Di tutte le rockstar emerse nel 1994, il goffamente nerd Rivers Cuomo non sembrava di certo un ribelle. Ma quando nella foresta del rock alternativo la strada si è divisa in due, lui ha preso la via che avrebbe comportato anni di mosse azzardate.

Alcune hanno pagato, come Pinkerton (1996), che deve il suo nome a un personaggio di Madame Butterfly – un album che è ormai è un classico, con le sue canzoni sui problemi del sesso –, o il video di Beverly Hills (2005), filmato alla Playboy Mansion, un videoclip che ha scalato le classifiche Mtv. Altre scommesse non hanno ripagato gli Weezer così bene: i baffoni che Cuomo esibiva nel 2008, ad esempio, o gli ultimi due album, frutto di collaborazioni con personaggi come Dr. Luke e Jermaine Dupri.

Ora Cuomo è pronto a fare ammenda – più o meno. “Pensavo che avrei avuto più seguito / Mi ero dimenticato che la disco fa schifo”, canta in Back to the Shack, in cui reclama i suoi vecchi momenti di gloria (ironia della sorte, è una delle cinque collaborazioni di questo nono album degli Weezer, visto che è scritta insieme a Jacob Kasher, uno che ha in curriculum canzoni come We R Who We R di Kesha).

Ma lo spirito di riconciliazione è forte in Everything Will Be Alright in the End. Per la prima volta dal 2001, gli Weezer tornano a lavorare con Ric Ocasek, che aveva prodotto due loro successi, il Blue e il Green album e che riesce a far atterrare Everything sullo stesso pianeta power-pop-metal chiaro e brillante.

Cuomo scrive largamente di suo padre, un pastore pentecostale che è rientrato nella vita del leader degli Weezer dopo decenni di assenza. C’è un gruppo di canzoni raccolto sotto il nome Patriarchia. Nella tracklist non mancano nemmeno una serie di canzoni femminili chiamata Belladonna e dei pezzi sul pubblico molesto, raggruppati sotto il nome The Panopticon Artist (Foucault non ha mai dovuto vedersela con ficcanaso armati di Facebook).

Tutti i tre “capitoli” contengono canzoni che riescono ad essere profondamente bizzarre e sicuramente orecchiabili. Quelle dedicate al legame tra gli Weezer e il loro pubblico sono le più tormentate, come se Cuomo e compagnia avessero ricamato il loro American Idiot (la rock opera dei Green Day, arrivate dopo quattro anni di break tra album e problemi di vendita). Cuomo si lagna delle masse ingrate in I’ve Had It Up to Here, scritta con Justin Hawkins (The Darkness) – che ha lasciato tracce tipicamente sue come i crescendo alla Queen e inarrivabili cantati in alto.

L’album si conclude con una suite tripartita, zeppa di ginnastica chitarristica, versi litigiosetti e cori da bar. È un finale assurdamente debordante, che solo Cuomo poteva inventarsi – la conclusione perfetta per un album intero di «mi dispiace, ma anche no».

Altre notizie su: