East End - Luca Scanferla, Giuseppe Squillaci
Recensioni

East End
Luca Scanferla, Giuseppe Squillaci


Il tratto apparentemente ingenuo, quel movimento dei personaggi che richiama un’animazione antica, un immaginario standard. Ecco, dimenticateli. Perché East End, fin dall’inizio, fa tutt’altro: la stilizzazione dell’estetica dei personaggi nelle scenografie che riproducono uno stile che gioca con colori, prospettive e suggestioni, la creatività con cui si gioca su diverse piste narrative e si fanno acrobazie tra generi (e citazioni, poche, e suggestioni, molte) cinematografici, la sceneggiatura feroce ed esilarante, ma anche tesa e arguta, ci parlano di un’opera coraggiosa, spiazzante, entusiasmante.

Per tutti tranne che per quella commissione censura che ha deciso il divieto ai minori di anni 14 – una medaglia, in questo paese – per i temi sensibili trattati con la lama tagliente dell’ironia e del sarcasmo. Ma anche con un’umanità che sparisce solo negli occhi dei più ottusi. Andrebbe vietato, East End, solo agli ipocriti. A coloro che amano le parole e non i fatti, a chi il politicamente corretto lo cavalca per poi spingere sull’acceleratore della discriminazione appena gli è possibile.

East End, frutto del genio di Giuseppe Squillaci e Luca Scanferla (in arte Puccio e Skanf, allievi del mitico Rambaldi), è la Roma di Mafia Capitale e de Lo chiamavano Jeeg Robot che se è caput mundi, lo è della cialtroneria. Una Roma tutta Papi (sì, intendiamo i pontefici), palazzinari, Totti e bulli, riassunta in un condominio di Roma Est (“East End” altro non è che il nome di un progetto futuristico di 13 anni prima nella periferia capitolina, abortito dopo la costruzione di due torri per la fuga del costruttore) e nella storia di ragazzi della via Paal all’amatriciana, disposti a tutti per guardare il derby, anche a dirottare un satellite della Nasa.

E tenete presente che sarà comunque la cosa meno grave che succederà nel film. Una madre zoofila, Nanni Moretti che fa il dito medio, due papi che imitano Titanic (e Ratzinger che canta “santo subito” ma non nel momento giusto, almeno per quanto dogma comandi), un inizio alla Kathryn Bigelow in cui un commando statunitense vuole far fuori dei terroristi e tutto finirà in un lago di sangue e in irriverenti esplosioni di fucili e kamikaze, sono solo alcune delle cose che vi lasceranno a bocca aperta, vi costringeranno a mettervi scomodi sulla poltrona e a ridere delle battute omofobe, razziste, senza alcuna pietà per i portatori di handicap. Oppure no. Oppure non sono quelle battute a essere sbagliate, ma noi.

Perché se c’è una cosa che capisci in East End è che la narrazione di Scanferla e Squillaci – l’avventura è iniziata con un disegno su un tovagliolo, tre anni fa – è una pugnalata alle convenzioni, non un insulto alle minoranze. Se guardate con attenzione quello che molti hanno definito il South Park italiano – ma è altro e forse meglio, perché non si vuole disgustare a tutti i costi, ma “svegliare” e sfidare il pubblico -, capirete che non è mai la parola, la comicità, la parodia a essere politicamente scorretta, ma lo sguardo di chi è dall’altra parte dello schermo.

L’omofobia è di coloro che la stigmatizzano, perché i due si fermano un attimo prima: cosa c’è di male in quello che raccontano? Nulla. L’unica categoria veramente discriminata, diciamolo, è quella dei laziali, maltrattati con una delle canzoni più geniali della colonna sonora (un capolavoro dove troverete anche i mitici Superobots, tra synth, pronuncia esotica e prog, l’hard rock dei Game Zero e in generale il lavoro raffinato e originale di Alessandro Cagnizzi, Marco Dalla Chiesa, Gianmarco Mondi e soprattutto George Pascal Marchese a cui si deve gran parte dell’anima e del carattere musicale di un’opera quasi metal rock in alcuni momenti e in altri persino romantica.

Le animazioni della Canecane, i dialoghi, le invenzioni in ogni singola scena ci strappano via dall’animazione targettizzata degli ultimi anni, più figlia del marketing delle major che della creatività, per gettarci in un multigenere, una sorta di neofanta(sur)realismo, in cui il mezzo viene usato come non ci aspetteremmo e in cui i contenuti vanno a fare il solletico alle nostre paure peggiori, pubbliche e private. Dal terrorismo a quell’omosessualità che diventa comica solo perché ancora ne abbiamo il terrore – certo, pure avere un amico laziale è doloroso -, da Totti che potrebbe… no, non pensiamolo neanche, alla perdita di un genitore.

Sanno essere dolci e selvaggi Squillaci e Scanferla, capaci di farti ridere e riportarti immediatamente alla tensione visiva del racconto, intenti in un ruolo quasi pedagogico – anche se tutto si può dire di East End tranne che abbia quest’intento – per poi spiazzarti dicendoti che si può scherzare su tutto. Anzi, si deve. E che fa anche maledettamente bene al nostro cervello.

Un film come questo è ossigeno per il nostro cinema, perché come è avvenuto questa settimana, ad esempio, per La ragazza dei sogni di Saverio Di Biagio (commedia romantica ed esoterica), si ha finalmente il coraggio di percorrere territori che finora ci eravamo preclusi “perché lo fanno meglio gli americani”. Una stupidaggine talmente colossale che è proprio dall’estero che stanno corteggiando i nostri registi per lavorare ancora, laddove in Italia hanno faticato come matti anche solo per finire un’opera raffinata e unica. Che ora esce, guarda un po’, subito dopo l’ultimo derby di questa stagione: il 3 maggio. All’Olimpico non sapremo se si vedrà un capolavoro, in sala siamo sicuri che ci sarà.