Live at Pompeii - David Gilmour
Recensioni

Live at Pompeii
David Gilmour


I primi minuti di David Gilmour Live At Pompeii sono commoventi e valgono il prezzo del biglietto. Il film-concerto si apre con un piccolo documentario girato nei giorni di preparazione dello show dell’anfiteatro: c’è Gilmour, un uomo imponente e delicato, con gli occhi stanchi e le mani consumate dal tempo; ci sono i musicisti che lo accompagnano – artisti di livello assoluto, da Greg Phillinganes a Guy Pratt – e c’è il giovane trio di coristi. Tutti insieme provano le armonizzazioni di uno dei brani in scaletta: senza microfoni né amplificazione, rinchiusi in una vecchia sala che affaccia sull’oceano grigio e silenzioso.

In quei primi minuti, in quelle armonie cantate a mezza voce da musicisti di tre generazioni diverse, c’è tutta la magia discreta che ha reso i concerti dei Pink Floyd eventi dove «potevi ascoltare uno spillo cadere per terra», come diceva a David Fricke nel 1982. Poi si arriva nell’anfiteatro di Pompei e la magia sparisce di colpo.

Chiariamoci, è tutto bellissimo: la location, le riprese, il lightshow (con un gigantesco ciclorama), la performance, non c’è niente che non sia a regola d’arte, come è lecito aspettarsi da un progetto di questa portata. Il problema è che non c’è nient’altro, nemmeno i fantasmi evocati dallo stesso chitarrista nelle dichiarazioni a proposito della serata-evento. Anzi, è tutto incredibilmente esplicito, Gilmour arriva a spiegare al pubblico che avrebbe suonato Wish You Were Here per ricordare Richard Wright. Non farà la stessa cosa prima di Shine On You Crazy Diamond.

Niente a che vedere con il Live at Pompeii originale, che di magia, fantasmi e misteri ne aveva in abbondanza. Paragonare le due opere, purtroppo, è un esercizio tanto necessario quanto malinconico: guardare il nuovo film è come misurare il tempo che è passato, come pensare a quello che c’è stato e che non ci sarà mai più.

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