A Head Full of Dreams - Coldplay
Recensioni

A Head Full of Dreams
Coldplay


Questo disco sarà un successo. I Coldplay oggi sono troppo contemporanei, troppo presi bene, troppo pop, per fare flop. Giusto un devastante sisma nel sentiment d’Occidente potrebbe cambiare il corso delle chart internazionali. Dopo il miele scuro di Ghost Stories, la band – abile pusher di serotonina musicale – firma con la prima traccia, A Head Full of Dreams che dà il titolo all’album, la sua dichiarazione d’intenti: elettronica epica, coretti da stadio (tornati di moda, pure nell’ultimo dei Blur), progressioni romantic e quell’assenza di ironia – schiacciata in toto dal pathos – che solo gli U2 meglio di loro.

Semplificando per metafora, i Coldplay hanno inventato il post-trenino, oggi non più disco samba alla Meu Amigo Charlie Brown ma un Frecciarossa, con salottino business e menù di Cracco, colorato come un furgoncino hippie. È musica popolare di buona fattura, perfetta tanto per i locali di design quanto per i montaggi delle clip lacrimose di Buona Domenica, senza snobismi.

E come un vero trenino, anche la musica dei Coldplay cambia paesaggio: già dalla terza traccia, Hym For the Weekend con featuring di Beyoncé, s’intravede il nuovo panorama: è l’R’n’B, già nascosto nel dna del gruppo, prima mimetizzato tra arrangiamenti alla Phil Collins, e ora finalmente protagonista (quasi s’intravede un dente d’oro gangsta che luccica sul sorriso di Chris Martin).

Come se alla coolness i Coldplay avessero aggiunto uno swag da padri di famiglia con voglia di divertirsi. Pezzi pronti per un remix di The Weeknd tipo quello appena citato o la morbida, groovy, immersione soul di Up&Up – forse il brano migliore dell’album – con tanto di coro gospel, testimoniano che l’evoluzione R’n’B non sia un freddo prodotto da studio di registrazione quanto piuttosto un brindisi al pub tra fan di Drake e di Nick Hornby.

Poi c’è Army of one che inizia come un classico strappa-mutande e, quando sembra stia per finire, riparte con un rap west coast: spiazzante – neanche troppo – ma di sicuro, la strada da seguire in futuro per la band. C’è da dire che il singolo, Adventure in A Lifetime, con quel giro killer di tastiera, ci aveva illuso che si trattasse di un disco funk e sorridente: così non è, rimane il languore – più o meno R’n’B – a farla da padrone.

Del resto perché ci dovevamo aspettare che quattro ragazzi di Londra – fidanzati, mariti e padri gentili e carini – iniziassero a fare casino? Vanno per i quaranta, una bottiglia di vino buono basta, magari da sorseggiare mentre lo stereo manda la loro nuova – e insieme antica, nonostante le sporcature di scuola Tri Angle Records – ballad Everglow.

C’era una cosa che non mi tornava dall’ascolto di questo nuovo A Head Full Of Dreams, e che ho capito solo più tardi. Tutti i brani, prodotti dal duo norvegese Stargate e da Rik Simpson, mi sembravano zippati, troppo pieni com’erano di suoni, effetti, beats e partiture. Una sensazione strana, tra la saturazione e l’indigestione (di chitarre perennemente in delay), e sentivo la necessità di qualche vuoto, di una sbavatura in feedback. Sbagliavo, perché stavo ascoltando il disco – all’ottavo piano dell’ufficio della Warner, mobilio bianco e vetri sulla nebbia bianca di Milano – senza fare altro che… Ascoltare il disco. Errore.

I Coldplay sono contemporanei anche per questo: non puoi startene lì, sentirti Chris Martin che canta e stop. Una volta schiacciato play puoi, devi, chattare con uno, leggere un post di Facebook, organizzare le vacanze dei bimbi, fare la spesa. Solo così, vivendo questa esperienza multitasking, ti arriveranno i suoni e gli effetti dei Coldplay che ti devono arrivare, né troppo pieni né troppo vuoti, perfetti nella loro dimensione di intimità collettiva.

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