Born In The Echoes - Chemical Brothers
Recensioni

Born In The Echoes
Chemical Brothers


Quasi vent’anni fa Michel Gondry girò il clip di Around the World dei Daft Punk ispirandosi ai balletti futuristi di Francesco Depero e alle coreografie di Discoring. Per i Chemical Brothers di Go – il secondo singolo di Born in the Echoes – lo stesso regista fa marciare come un trenino otto carinissime ballerine francesi tra il cemento e i palazzoni brutalisti del quartiere Beaugrenelle, Parigi XV. Con lo stesso effetto visivo e coreografico. Quando vent’anni passano invano, è il caso di preoccuparsi? Sì e no. Il tempo del ballo è circolare, quindi no. Il tempo della vita lo è un po’ meno, anzi per niente, ma pazienza.

Go ha tutto quello che serve per ballare: il suono del primo hip hop newyorkese, il ritornello italo-disco, il big-beat e l’effetto crescendo di sirena che del duo (trio) inglese è da sempre un marchio di fabbrica. Ballare. Battere il piede. Muovere la testa. Fare aerobica, allietare un viaggio in metropolitana, sonorizzare una compilation dei gol migliori della giornata di campionato. Vendere una macchina, un telefonino, un wurstel di pollo.

Se c’è un’idea che i Chemical Brothers hanno mantenuto ferma in vent’anni di carriera è che la musica da ballo elettronica – quella nata nel grande calderone degli anni ’90 – dev’essere un grande spettacolo popolare e democratico, un weekend senza buttafuori, dove c’è posto per tutti e per tutto.

E in buona parte l’album Born in the Echoes non rinuncia a essere un’altra partitura da grande evento di massa. È Champions League, proprio. La versione contemporanea di quello che Jean Michel Jarre faceva decenni addietro, che i grandi concerti rock provano a fare da sempre.

È un disco fisico, minimale, rumoroso: come calpestare un tappeto di lattine e bottiglie vuote in una qualsiasi capitale del mondo un giorno di movida. La presenza tra i vocalist di St. Vincent, Q-Tip, Cate Le Bon e Beck ripercorre la formula brevettata made in Manchester che i due aprirono secoli addietro, quando Noel Gallagher venne in studio una mattina a cantare Setting Sun.

Però non saprei giudicare la canzoncina finale in cui compare come vocalist Beck, Wide Open. Se voleva strizzare l’occhio a qualcuno, scatenare wow preventivi, infilarsi nelle playlist di una festa di bambini, certamente lo fa. O è una mossa di genio, oppure i Chemical Brothers stanno invecchiando e si sono venuti a noia da soli.

Di mesi fa era la notizia che Ed Simons non avrebbe partecipato ad alcune date del tour, perché aveva molto da fare con il suo incarico all’università (i due, recitano le bio, si sono conosciuti a un corso di storia medievale). Questo, per un gruppo che ha fatto dell’anti-intellettualismo una sua bandiera, non era male davvero.

Il tempo non passa invano: quando in I’ll See You There i Chemical Brothers ti lasciano fluttuare nel vuoto cosmico della psichedelia d’altri tempi o in Radiate rendono omaggio ai Kraftwerk e ai My Bloody Valentine assieme, cancellando del tutto i big-beats, stanno dicendo che di questi tempi c’è meno roba da vendere e da comprare, ci sono meno merci cui regalare allegria supplementare, c’è meno allegria in generale.

Di questi tempi, lo spazio cui i big-beats alludevano quando esplodevano con l’eco – che era uno spazio reale, vivo, urbano, non ancora virtuale; ed era lo spazio della trasformazione, del movimento, della metamorfosi – si va in generale restringendo, privatizzando, richiudendo. Anche per chi è “nato nell’eco”, nell’utopia di riempire lo spazio e il tempo con il suono, “uscire a ballare” è un’esperienza meno divertente di quanto non fosse vent’anni fa (o con vent’anni di meno).

“Qualche volta mi sento deserto” dice lo sconosciuto vocalist nella canzone che apre il disco. “Ma tieni duro, perché stanno arrivando i rinforzi”. Fate presto.

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