Spirit - Depeche Mode
Recensioni

Spirit
Depeche Mode

Tempo fa Martin Gore ha detto che la vera storia dei Depeche Mode inizia da Black Celebration. Così facendo, la penna musicale del gruppo ha tagliato fuori dai giochi la bellezza di quattro album usciti prima dell’86. Come mai? Tenendo sempre a mente che – sono pronto a scommettere il vinile di EverythinG Counts pagato uno sproposito a Camden Town – metà degli irriducibili che ancora oggi sgomitano sotto il palco si è avvicinaTa al trio dell’Essex grazie ai primi dischi e le loro Just Can’t Get Enough messe in loop nella sala giochi del quartiere. È come se in questo modo Gore avesse escluso una fetta incredibilmente grande del passato dei suoi, fatto di inni figli di una frivolezza tipicamente 80’s, vivaci operette synthpop, post-punk e persino krautrock. Una specie di revisionismo storico il suo, ma a fin di bene. Perché gradualmente ha permesso di sdoganare ai tanti fan della prima ora un repertorio molto meno facile e volendo “banale” delle origini, ovvero la cupa, sensuale elettronica che oggi è quella dei Depeche Mode.

È inevitabile non pensarci, mentre si ascolta Spirit: chi è che può permettersi un disco simile oggi? Già di per sé non è cosa da tutti poter toccare quota 14 album lungo una linea temporale costellata di eventi non proprio tranquilli. Per arrivare vivi alla conferenza del disco, che hanno scelto di tenere proprio nella stessa Milano in cui nel 1989 hanno registrato buona parte di Violator, Dave, Martin e Andy hanno vissuto cambi di formazione, crisi di nervi, depressioni, dipendenze, tentativi di suicidio e pure un’overdose del frontman, che nel 1996 è ufficialmente morto per tre minuti, con il cuore dilaniato da un miscuglio quasi letale di speedball (coca ed eroina). Non proprio dei modelli comportamentali, ecco, ma sulla coerenza nessun dubbio. Hanno tirato dritto, investendo sui circuiti di silicio anche quando il grunge, più che una moda passeggera, sembrava il movimento epocale a cui convertirsi per non fare la fine dei dinosauri nel Cretaceo.

Where’s the revolution? / Come on people you’re letting me down”, canta nel primo singolo un Dave deluso, per quanto possa esprimere delusione l’uomo con la voce più sensuale di questo pianeta. Parlando delle motivazioni che l’hanno spinto a riunire il triumvirato in uno studio, Gahan ha messo al primo posto la preoccupazione per le sorti del mondo. «Non lo chiamerei un album politico», ha aggiunto, «perché non ascolto musica in un modo politico. Riguarda di più l’umanità e il suo habitat». Questi i presupposti per approcciarsi a Spirit, che i ragazzi in un primo momento volevano chiamare Maelstrom come il vortice nelle acque norvegesi, ma poi «sembrava troppo heavy metal».

Al contrario, il titolo fa riferimento allo “spirito” che il genere umano sembra ormai aver perso, così come la voglia di fare dischi spensierati, frivoli, danzerecci. Spirit è un album molto lento, ma non per questo soporifero. In questo senso, il nuovo acquisto alla produzione, il James Ford dei Simian Mobile Disco che ha già firmato l’ultimo degli Arctic Monkeys e dei Mumford, ha riportato a casa Gahan un po’ del sudicio blues (il primo singolo parla chiaro) che si era perso chissà dove in Delta Machine del 2013. Nella Going Backwards che apre il disco c’è persino un’armonica a bocca (o almeno c’era nel mix ascoltato in studio a febbraio), mentre il lento incedere di The Worst Crime dimostra come il dubstep lo si possa fare anche con gli strumenti.

Ma parliamo pur sempre della scappatella analogica di un’opera che vuole rimanere digitale e dark, come sui ritmi pericolosi di You Move – dove a Gahan basta un “I like the way you move for me tonight” per far sciogliere lo stagno che tiene insieme i componenti del microfono –, la moroderiana Cover Me o Poorman, la più electro di tutte. L’unica pecca dell’album sta proprio nel suo produttore, che a volte esagera con le scale blues, le distorsioni sulla voce e il gioco cassa-rullante sui lenti. Tutto ciò spesso fa somigliare Dave a un Alex Turner troppo cresciuto e, in generale, i Depeche a degli Arctic Monkeys con il pallino per i synth. Ma a 54 anni, 14 album e un raro viaggio con biglietto di ritorno dall’aldilà, Dave Gahan può permettersi questo e molto altro ancora.

Altre notizie su: