Mangy Love - Cass McCombs
Recensioni

Mangy Love
Cass McCombs


Cass McCombs è uno di quegli artisti che a detta di Pitchfork ha messo a punto lo stile perfetto per i weekend piovosi da passare a casa con le tapparelle abbassate, quindi sentirselo al mare in una bella giornata di sole potrebbe creare una certa idiosincrasia, ma il suo ultimo album, Mangy Love, sembra sfruttare a pieno questo tipo di idiosincrasia: un olio abbronzante di ultima generazione che protegge da aspettative e ottimismo per farsi il bagno immersi in un salutare residuo ansiogeno, dove canticchiare il “bum bum bum” della prima traccia persino con slancio, e intanto rimodulare il battito cardiaco su un meteo interiore e sentirsi parte di una setta segreta di bagnanti riluttanti, gelosi delle proprie macchie solari tutte inconsce. I pezzi socialmente più impegnati come Run Sister Run – una specie di invettiva contro la misoginia del sistema giudiziario – rischiano una certa pesantezza lirica (“run to any immigrant detention facility / run you back to the jailhouse”) nonostante il ritmo si apra a seduzioni caraibiche, ma quando Cass torna alla sua poetica fatta di immagini semplicissime e icastiche, ricreando una sensazione di claustrofobica intensità (“The ceiling is on the floor / floor in the refrigerator / what of the door?”), sforna pezzoni come il singolo Opposite House (con una chiara reminiscenza di Elliott Smith), dove la mia teoria sul meteo interno viene addirittura presa in esame: “Why does it rain inside?”, si domanda Cass, e la risposta – non poteva essere altrimenti – rimane una domanda, un “Why” cantato allo sfinimento da lui e Angel Olsen (forse questa una scelta un po’ troppo coerente) nel ritornello.

Questa recensione è stata pubblicata sul Rolling Stone di settembre. Clicca sulle icone qui sotto per leggere l’edizione digitale.
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