L’abitudine di tornare - Carmen Consoli
Recensioni

L’abitudine di tornare
Carmen Consoli


Era la bambina impertinente, oggi è una mamma. In teoria, qualcosa è cambiato. Ma forse proprio per la prolungata pausa, CC sceglie di ripartire dalle cose che la rendono unica – vezzi compresi. Perché tra i piccoli vizi più o meno innocenti permangono il sillabare marcato, la smania per gli aggettivi (qualunque oggetto si trovi a passare dalle sue parti è a rischio di diventare ostinato, silente, mantecato, corinzio), gli sprazzi di narrazione caricaturale (vedi il quadretto grottesco de La signora del 5° piano), la voglia di Italia modugnesca in biancoenero. Ma tra le virtù ritroviamo preservata con cura la sensibilità melodica per il rock, radicatissima negli anni Novanta ma attorno alla quale il rock (indie o meno) italiano ha fatto il vuoto negli ultimi anni, lasciando poche alternative alle nuove generazioni per orientarsi.

Pure, nemmeno i cecchini della stroncatura e i twittatori scelti che di fronte al suo ritorno si concentreranno sugli aspetti superficiali (dal look alla vocalità peculiare) potranno negare che CC ha rappresentato una via nuova alla rockstar italiana, ben diversa da Vasco, Liga, Pelù e Nannini. E tornare a sentire le sue strofe, impeccabili quando è ispirata, fa capire quanto è mancata alla musica italiana senza che questa, ingrata, se ne accorgesse. Pochi hanno una scrittura così personale, e una propensione a scrivere rock ballad che non sbrachino verso giri di chitarra banali.

Certo, è innegabile che questo album sarebbe potuto uscire nel 2015 come nel 2003, ma il paradosso è che, ora come ora, questo suono e questa poetica si ritrovano due passi avanti, essendo indietreggiato tutto il resto. Però è suo diritto riprendere confidenza col suo modo di scrivere e di essere. Per cui siamo più che lieti di questo ritorno. Mentre della stucchevole qualifica di cantantessa (…tanto per aggettivare anche noi), magari, un po’ meno.

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