Edge of the Sun - Calexico
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Edge of the Sun
Calexico


Calexico si trova in California. Di fronte, al di là della frontiera, c’è Mexicali.

Sono state fondate quasi contemporaneamente, ma fin dall’inizio la preponderanza della controparte messicana è stata chiara: da lei i coloni a nord ricevevano persino l’acqua. Il confine ha accentuato la differenza: la città americana ha 40mila abitanti, quella messicana 700mila: si giova della sua posizione per ospitare una miriade di attività produttive (dalle fabbriche ai servizi sanitari) che costando meno, attraggono soldi yanquis.

Quel confine verso un fecondo sud è stato il primo che Joey Burns e John Convertino hanno attraversato mettendo in piedi i Calexico, portando zaffate di Mex (più che di Tex-Mex) nella loro visione country. In seguito sono arrivati altri viaggi, altri confini magari anche solo percepiti, come quello con New Orleans attraversato nell’ultimo album Algiers.
In questo Edge of the Sun, apparentemente la barriera attraversata è quella del tempo. Il mellotron e il moog esplicitamente sventolati sotto il nostro naso nelle prime note di Falling from the Sky, anche se subito accantonati, sono una specie di dichiarazione programmatica in questo senso.

Le esplorazioni si spingono in altri decenni (il cafonissimo tastierone veterohouse di Cumbia de Donde, la drum machine anni ’80 di Tapping on the Line), ma complessivamente il viaggio sembra riportarli proprio alla vecchia casa dei genitori, nella California degli anni ’70, tra atmosfere che sembrano evocare Gram Parsons, Ry Cooder, a tratti addirittura i primi Eagles.

Beninteso, ogni tanto ci scappa la strombazzata mariachi, o l’ospite cui concedere margini creativi (tipo Neko Case, Sam Beam degli Iron & Wine, Ben Bridwell dei Band of Horses); tuttavia, il risultato finale è un disco che non proviene dal 2015, ma sposta l’ascoltatore in un tempo facoltativo, ovviamente ibrido, certamente americano. Anzi, nordamericano.

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