Brian Eno - The Ship | Rolling Stone Italia
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Brian Eno – The Ship

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Brian Eno canta. Finalmente. “Ultimamente mi sono accorto di riuscire a raggiungere il Do basso – ha spiegato in uno dei brevi e preziosi testi che accompagnano il suo nuovo album – e questa è diventata la base di un nuovo pezzo”. Non è solo una spiegazione tecnica, ma una regola della sua estetica. Antiautore antiromantico, impegnato a liberare la musica dalla routine e dai personalismi, il non-musicista più importante degli ultimi anni è da sempre anche un parsimonioso non-cantante. La voce di Eno, qui, non ha bisogno di strutture e ritornelli, perché è soltanto un “evento in un paesaggio”. Chiede anche a noi di spezzare la routine: è un paesaggio che va attraversato se ne abbiamo voglia, più che soltanto ascoltato. Nel lungo cuore di The Ship salmodia su una base ambient versi che assomiglierebbero al naufragio di un Titanic e al sacrificio dei soldati in trincea nella Prima Guerra Mondiale: pretesti, simboli della paura e della paranoia umane che affiorano immutabili sotto il dominio della Tecnologia. In Fickle Sun ripete l’esperimento, affidando all’attore inglese Peter Serafinowicz un testo generato da un algoritmo (vecchie canzoni di soldati al fronte, istruzioni cyber-burocratiche). Aggiunge come indicazione di lettura: «Sappiamo di avere più di quel che meriteremmo o che possiamo difendere, per questo diventiamo nervosi». Queste storie ci riguardano da vicino: la paranoia delle trincee europee del ’15-’18 oggi assume il volto feroce dei muri e delle reti che spuntano un po’ ovunque sopra i vecchi confini dell’Europa. Segue crudele finale con una versione minimalista di I’m set free dei Velvet Underground. “Mi sto liberando per entrare in una nuova illusione”, cantava Lou Reed, quasi una rilettura liceale della Ginestra di Leopardi dentro questa musica quieta e straniata, che insegnerebbe a riconoscere la propria umanità e finitezza, ad accettare la morte delle persone amate (l’amico David Bowie), le paure ancestrali che si agitano sotto la crosta della nostra identità.

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Brian Eno canta. Finalmente. “Ultimamente mi sono accorto di riuscire a raggiungere il Do basso – ha spiegato in uno dei brevi e preziosi testi che accompagnano il suo nuovo album – e questa è diventata la base di un nuovo pezzo”. Non è solo una spiegazione tecnica, ma una regola della sua estetica. Antiautore antiromantico, impegnato a liberare la musica dalla routine e dai personalismi, il non-musicista più importante degli ultimi anni è da sempre anche un parsimonioso non-cantante. La voce di Eno, qui, non ha bisogno di strutture e ritornelli, perché è soltanto un “evento in un paesaggio”. Chiede anche a noi di spezzare la routine: è un paesaggio che va attraversato se ne abbiamo voglia, più che soltanto ascoltato. Nel lungo cuore di The Ship salmodia su una base ambient versi che assomiglierebbero al naufragio di un Titanic e al sacrificio dei soldati in trincea nella Prima Guerra Mondiale: pretesti, simboli della paura e della paranoia umane che affiorano immutabili sotto il dominio della Tecnologia. In Fickle Sun ripete l’esperimento, affidando all’attore inglese Peter Serafinowicz un testo generato da un algoritmo (vecchie canzoni di soldati al fronte, istruzioni cyber-burocratiche). Aggiunge come indicazione di lettura: «Sappiamo di avere più di quel che meriteremmo o che possiamo difendere, per questo diventiamo nervosi». Queste storie ci riguardano da vicino: la paranoia delle trincee europee del ’15-’18 oggi assume il volto feroce dei muri e delle reti che spuntano un po’ ovunque sopra i vecchi confini dell’Europa. Segue crudele finale con una versione minimalista di I’m set free dei Velvet Underground. “Mi sto liberando per entrare in una nuova illusione”, cantava Lou Reed, quasi una rilettura liceale della Ginestra di Leopardi dentro questa musica quieta e straniata, che insegnerebbe a riconoscere la propria umanità e finitezza, ad accettare la morte delle persone amate (l’amico David Bowie), le paure ancestrali che si agitano sotto la crosta della nostra identità.

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