22, A Million - Bon Iver
Recensioni

22, A Million
Bon Iver


Nel nuovo documentario su Nick Cave, tra le varie domande strazianti a cui Cave stesso si sottopone come in una seduta psicanalitica aperta al pubblico, la peggiore riguarda il rapporto con il decadimento. Lui usa la parola “diminuire”, che nella sua accezione significa avere bisogno di più sforzo rispetto al passato. Di tutt’altra generazione, Justin Vernon dei Bon Iver sembra aver già incarnato questa lucida dannazione e il suo ultimo lavoro, 22, A Million, è un capolavoro di sforzo. Lo dico senza ironia, piuttosto con disperata consapevolezza. Iper-prodotto, effettato, calibratissimo (perfetto nei passaggi tra suoni angelicati e stridii elettronici), l’album è la smentita definitiva per chi vedeva in Vernon un Cristo fragilissimo, che non andava a meditare nel deserto, ma in una baita in Winsconsin, e che non moltiplicava i pesci, ma il riverbero di un’oscura sofferenza primaria. Nessuno si è preso la briga di chiarire la natura di quella sofferenza, e lo stesso Vernon ha cercato in tutti i modi di scrollarsi di dosso la sua aura di Messia (“At once I knew I was not magnificent”, cantava in Holocene) eppure noi – o almeno io – abbiamo continuato ad aspettare il suo messaggio con l’ambizione di chi attende una dolente lettera d’amore, ed è pronto a tatuarsi una frase. Ma l’attesa richiede i suoi sforzi e qualsiasi baita montanara ha bisogno di estrema manutenzione. Vernon è un artista straordinario che ha cominciato a fare i conti col suo talento, diventando un ottimo imprenditore di se stesso. Il debutto dell’album all’Eaux Claires Music Festival, il sofisticato controllo sulla propria immagine: le foto col volto sfuocato e la scelta di non fare interviste ma organizzare una conferenza stampa in un albergo in Winsconsin, l’auto-protezione che è una forma di auto-promozione. Perché “This is how we grow now, woman”, come canta in God.

L’intervista è stata pubblicata su Rolling Stone di ottobre.
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