Fallen Angels - Bob Dylan
Recensioni

Fallen Angels
Bob Dylan


I grandi dialogano soltanto con i grandi, si sa. E più in alto di Bob Dylan, che in questo finale di carriera non ha sbagliato un colpo, da Time Out of Mind (1998) a Tempest (2012), non c’è nessuno. Nel frattempo sono arrivate la menzione speciale del premio Pulitzer 2008 e la Medaglia presidenziale della libertà conferitagli da Obama nel 2012. Quindi, dopo essere stato eletto ufficialmente il Genio della musica in Terra, cosa restava da fare? Le opzioni erano due: portare a spasso il barboncino come un regolare pensionato di Malibu, oppure prendere il testimone dalle icone del passato e interpretare gli standard pop e jazz del canzoniere americano. Ha iniziato lo scorso anno con Shadows in the Night, che ci aveva fatto scoprire un lato di Dylan quasi inedito: intimista, per via dei testi delle canzoni (il pop è fatto per cantare l’amore); e rispettoso della forma, contro la sua tendenza ad alterare il repertorio in chiave live. Secondo alcuni, poi, si trattava della sua migliore performance vocale da diversi anni. Fallen Angels, registrato con la stessa band negli stessi Capitol Studios di Hollywood, è il seguito di Shadows, anzi: è praticamente lo stesso disco. Anche qui, si tratta di canzoni rese celebri da Sinatra (con l’eccezione di Skylark, scritta da Johnny Mercer). Le uniche differenze sembrano essere una selezione più eclettica, con classici da compositori diversi tra loro come Harold Arlen, Sammy Cahn e Carolyn Leigh, e un tono se possibile ancora più confidenziale. Fallen Angels è tanto bello quanto il precedente, e la sua sola colpa è arrivare secondo. Ma Dylan, con la sua classe, potrebbe sfornarne quanti ne vuole, di dischi così. Non è escluso che lo faccia.

Altre notizie su: