Ben-Hur - Timur Bekmambetov
Recensioni

Ben-Hur
Timur Bekmambetov


L’ultimo in ordine di uscita dei film epici dell’estate è un pugno in un occhio di sconvolgente incompetenza, sotto qualsiasi punto di vista: Ben-Hur, un remake del capolavoro di William Wyler del 1959 che valse l’Oscar a Charlton Heston per il ruolo da protagonista. Sicuramente non ci saranno omini dorati per questo poverissimo reboot. Il produttore esecutivo Mark Burnett e la moglie Roma Downey si sono dedicati a progetti di matrice cristiana – The Bible per la tv, Son of God per il cinema. Niente di male, se non dal punto di vista artistico. Il nuovo Ben-Hur, diretto da Timur Bekmambetov (Wanted – Scegli il tuo destino), ha come protagonista Jack Huston (incredibile in Boardwalk Empire, terribile qui) nel ruolo del principe ebreo che attira le invidie del fratello adottivo Messala (Toby Kebbell), talmente geloso di lui da tentare la scalata tra i militari romani per poterlo rendere schiavo. Nel remake, che attinge a piene mani dal romanzo omonimo di Lew Wallace del 1880, Gesù (Rodrigo Santoro) ha un ruolo molto più forte che nella versione del 1959. Ma anche quando Bekmambetov organizza una battaglia navale in CGI per movimentare un po’ le cose, il film sembra comunque più un sermone che un’opera cinematografica. Gli attori sono spesso monotoni, compreso Morgan Freeman nel ruolo di uno sceicco che vende cavalli per le corse con le quadrighe. Questo film, insomma, non ha il minimo barlume di divertimento, ferocia o immaginazione. Ben-Hur vuole predicare, ma gli manca la qualità più importante per farlo al meglio: l’anima.