Girls In Peacetime Want to Dance - Belle & Sebastian
Recensioni

Girls In Peacetime Want to Dance
Belle & Sebastian


C’è un limite massimo, più esistenziale che anagrafico, per ascoltare i Belle and Sebastian? Me lo sono chiesta dopo aver visto God Save the Girl, il film di Stuart Murdoch (leader del gruppo) che sulla via della cinquantina gioca col suo e nostro desiderio di tempo delle mele trasformando la giovinezza in uno spot di American Apparel (ragazzi nerd e sensibili, ragazze in miniabiti e cappellini). È un film tremendo e imbarazzante, ma anche una candida confessione: “Io sono questo qui”. Un giovincello cresciuto, con un cuore vintage.

Girls in Peacetime Want to Dance ha tutto l’immaginario a cui i B&S ci hanno abituato, post-ideologia da “cute generation”, la poetica degli sfioramenti e dei piccoli drammi dell’ego, ma con un’apertura anche ai drammi del mondo (bombe in Medioriente!). In una recente intervista, alla domanda se fosse un album politico, Murdoch per fortuna si schermisce: «Chi prova a fare un album politico fa un album noioso». Lui non vuole, rinuncia «alla vita e al romanticismo».

Eppure il nuovo album, prodotto magistralmente da Ben Allen (Animal Collective, tra i tanti) non scampa del tutto alla noia, nonostante sia forse il loro disco più sperimentale ed eclettico. Fedele al titolo ci regala pezzi autenticamente danzerecci come The Party Line e Enter Sylvia Plath (perché va bene ballare, ma con un libro sottobraccio) e un duetto con Dee Dee Penny delle Dum Dum Girls in Play for Today. Un pop intelligente dal gusto retrò che dà la stura a una nostalgia indistinta, la meno problematica.

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