Dark - Baran bo Odar, Jantje Friese
Recensioni

Dark
Baran bo Odar, Jantje Friese


Emil Cioran ha lavorato molto sul tempo, lo stesso si può dire per il visionario Jodorowsky e altri centinaia di filosofi, cartomanti e pensatori devastati dalla mancanza di sfoghi sessuali, ma chi, più di tutti, nei secoli dei secoli, ha incarnato e spiegato le reali connessioni e gli stratagemmi attuabili per impedire la distruzione dell’universo conosciuto è stato Doc Emmett Brown: “Devi tornare indietro con me, indietro nel futuro.”

Dark funziona così, un paradossale viaggio attraverso una porta multi-temporale, ai limiti del soft-horror, che ci racconta una vicenda a tratti molto più incasinata del caro e vecchio Beautiful o del Grande Fratello Vip. Intendiamoci, è una figata. Scritto benissimo da Jantje Friese, girato da un maniaco terrificante qual è Baran bo Odar, che non è un tedesco di origine turca ma uno svizzero allegro e piuttosto belloccio con il cervello arredato da David Lynch. Tutti, infatti, avrebbero voluto girare Twin Peaks, anche il Mago Otelma e Ciccio Pasticcio, ma il cazzeggio rarefatto di un MacLachlan in forma strepitosa rimarrà sempre e comunque inimitabile. Dark è ricco di riferimenti, di omaggi, ma è diverso nella sostanza, perché è fin da subito chiaro dove ci troviamo e con che cosa abbiamo a che fare.

L’introduzione musicale ci trasporta immediatamente nella fredda Europa, note islandesi in lingua Björk spengono qualsiasi vezzo nordamericano. Una fugace posizione del missionario in apertura lascia presagire una deriva porno-erotica propedeutica a brevi istanti di gioia per pugnettari e relativi simpatizzanti della casa di produzione Onan, ma non sarà così. La lentezza non porta esclusivamente a rotture di balle, qui è assolutamente liturgia necessaria, richiama i tempi giusti, i giusti respiri, attimi di apnea sospesa nel vuoto di uno stomaco in subbuglio, momenti di apprensione, di attesa. A Winden, una piccola e angosciante cittadina della bassa Renania-Palatinato in pieno stile Caspar Friedrich, arricchita da una centrale nucleare identica a quella dove presta servizio Homer Simpson, spariscono dei bambini. IT non c’entra nulla, nessun Pennywise appare, non c’è nessun omicida seriale dalla personalità contorta e inespressa causa esclusione da X-Factor, no, qui i cazzi sono assolutamente molto, ma molto, più complicati.

“Sic mundus creatus est”, così è stato creato il mondo, recita la scritta incisa sopra uno sportello in bronzo che unisce le unità spazio-tempo dentro le quali viaggiano i nostri eroi, dapprima inconsapevoli, poi spinti da quella voglia di verità tipica di chi non ha altro da fare nella vita e possiede genitori con un lavoro fisso a tredici mensilità. In realtà il latinismo esplica la croccante idea dell’interconnessione tra gli avvenimenti più importanti e quelli normalmente trascurabili, creando, in questo modo, una relazione causa-effetto tra passato e futuro e futuro e passato, “Come sopra, così sotto. Come sotto, così sopra”, questa è infatti la teoria formulata da Ermete Trismegisto, boss degli ermetici, che campeggia tatuata a tutta schiena sopra il lato B dell’inquietante Noah, prete nemesi del Dottor Who e con lo stesso appeal di un voyeur da osteria stupratore di ubriachi, il classico tipo che detesti fin da subito e che ti auguri sparisca al più presto. I protagonisti, comunque sia, cambiano di volta in volta.

(DA QUI CONTIENE SPOILER)

Il primo in ordine di apparizione, Ulrich, un ispettore di polizia appassionato di jogging e devoto al fancazzismo, sposato alla fidanzatina adolescenziale che tradisce con la perfida Hanna, viscida e abietta madre di Jonas, che la trama rivela essere nipote di Ulrich e amante di sua zia, e poi, poi devi stoppare un paio di secondi, fare pipì, cercare il Nesquik e fare mente locale che a non capire una fava è facile perdere la maniglia di tutta la serie in un amen. Comprendi che tutto questo non è il delirio di un avvinazzato sniffatore di Ricola ben dopo il terzo episodio, e ti senti un po’ perculato, ti chiedi se lo svizzero al comando si stia rendendo conto della piega grottesca presa dalla serie, e devi aspettare altre sei ore per capire che va tutto bene, sei ore durante le quali la caffettiera non smette di fischiettare e il panico per l’ennesima bufala televisiva invernale non cessa di infastidire intestini e duodeno. Ulrich aveva anche un fratello, scomparso nel 1986, nello stesso periodo dell’incidente nucleare a Chernobyl, e mai più ritrovato e quindi dato per morto. I fatti si ripetono trentatré anni più tardi, il sedicenne spaccino locale fa perdere ogni traccia di sé, gettando l’intera comunità nel panico (soprattutto i fattoni) ma Ulrich sembra sbattersene allegramente, fino alla  scomparsa del suo ultimogenito e al contemporaneo ritrovamento del cadavere di un ragazzo nella fitta boscaglia che circonda la città.

Il MacGuffin della vicenda è una grotta nella Foresta Nera, anticipata sempre da banchi di nebbia in pieno stile Romero, dove tutto accade, porta d’accesso a realtà temporali diverse, regno del buio e del mistero, causa di pantaloni sporcati dalla paura, notti insonni e racconti simili a quelli scritti da Poe quando era benedetto dalla sacra penna.

Nella caverna, permeata dall’odore del male e della cacca di cane, si aggirano ingobbite figure incappucciate e si odono rumori agghiaccianti. Il Lexotan serve a poco per allontanare l’angoscia fredda che spinge alla bocca dello stomaco, ed è così che seguendo l’iter narrativo si arriva all’epilogo. Dark crea dipendenza, non c’è dubbio, e la puntatona finale, dove i nodi vengono al pettine e gli uccellini riprendono a cinguettare, non segna la chiusura di un ciclo giunto al capolinea, bensì il primo passo del dipanarsi di una matassa ancora più aggrovigliata e ricca di suspense. Il soundtrack, come dicono i sassoni, non è una nota a margine, tutt’altro, assume un significato particolare. Dentro a un’atmosfera cupa, coperta da un cielo grigio che regala poca luce a strade deserte battute da una pioggia incessante e vagamente noir, appaiono brevi attimi di Nena, cantante resa famosa da 99 Luftballons e che qui invece ci racconta il volo delle farfalle nell’infinito dello spazio e del tempo con un pezzone dal titolo evocativo Irgendwie, Irgendwo, Irgendwann (in qualche modo, da qualche parte parte, prima o poi). Partecipano alla messa canora, tra gli altri, anche Teho Teardo e Mimi Page, legando le loro proposte sonore alla storia e all’immagine di quel che accade sul 49 pollici. Dunque, un gran bel lavoro, che racconta tra le righe la paura per i fatti di Chernobyl, il terrore dell’estinzione, la morte portata dal progresso, la fine di tutto dettata dall’uomo.

Si intravede una reazione alla paura, che non è coraggio, ma una camminata nel bosco, consapevole dei pericoli che si nascondono dietro ad ogni albero, sotto ad ogni sasso. La mancanza di un vero e proprio eroe positivo porta necessariamente ad uno sviluppo corale dei movimenti nel tempo, come il nano che prende per i fondelli Zarathustra, giacché il tempo è circolo, dice, e alla fine c’è un unico posto in cui tornare, la congiunzione di strade che provengono da più punti dell’infinito, e tutto questo è affascinante, emozionante, inquietante, assolutamente e totalmente Dark.