Arca - Arca
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Arca
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Arca ha chiamato il suo terzo album Arca, come fanno quelle band che, dopo un primo album di successo e un secondo scarso, tentano di riprendersi l’attenzione perduta dicendo: “Siamo quelli di una volta”. Ecco, niente di più sbagliato. Semmai, Alejandro Ghersi sta cercando di fuggire dalla bolla (lui stesso la chiama così) che si porta dietro da quando ne ha memoria. È nato figlio di un banchiere in una città, Caracas, dove i figli dei banchieri se va bene li rapiscono. Questo ha fatto sì che Alejandro crescesse in un habitat isolato, che venisse educato privatamente e che col passare degli anni la sua sessualità si facesse un problema ingombrante in quell’ambiente sterile.

Kanye West è stato il primo ad accorgersi delle produzioni glitch di Arca, figlie di un imprinting da studi classici di pianoforte e dischi di Aphex Twin e Björk. Strumentali nervosi, frammentati, disturbati, ultra-dettagliati che occupano la totalità dei primi Ep e dei primi due album dell’artista. Ma a lui questo non bastava. Con Arca, Alejandro compie finalmente la transizione da produttore a performer, sbattendo in faccia ai suoi detrattori una voce carica di struggle, sicuramente facilitato dalla totalità di testi in spagnolo. Strumentali espliciti ce ne sono ancora (hanno il titolo in inglese), ma per la prima volta sono l’eccezione. Sin Rumbo è un solenne tango ridotto a brandelli e spogliato della musica. Lo stesso succede in Reverie, Resafío e Fogaces: lente e solenni, in falsetto o sfoggiando un registro profondissimo. Tutte vestite di un abito che non dovrebbe essere il loro, eppure impensabili con altro addosso se non l’oscura, riverberosa caverna di Arca.

«Non voglio che la gente dica: “Oh, adoro questa canzone” al primo ascolto», ha dichiarato in una delle poche interviste concesse. «Voglio che la ascoltino ancora e ancora e, alla decima volta, si ritrovino finalmente in essa». Spiace contraddirlo, ma stavolta il disco è troppo bello per non piacere subito.

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