Alien Covenant - Ridley Scott
Recensioni

Alien Covenant
Ridley Scott


In questo sequel del prequel (il deludente, ma visivamente riuscito Prometheus) Ridley Scott torna alla regia del franchise che ha fondato nel 1979 con il primo, leggendario Alien. Ma nonostante una protagonista femminile che rievoca la forza di Sigourney Weaver (Katherine Waterston, bravissima), le atmosfere minimaliste e quasi metafisiche dell’Alien originale sono un ricordo lontano. Alien Covenant mostra tanto, spiega ancora di più, eppure lascia alla fine un senso di vuoto, come lo spazio inerte dentro cui galleggiano i personaggi. Un minuto del film del 1979 aveva più sottotesti di due ore di questo.

Ma Alien Covenant non è un film sbagliato. Se Ridley Scott, per spiegare l’origine dei suoi alieni bavosi sessual-meccanici (copyright H.R. Giger con Carlo Rambaldi), ci tiene a risalire fino alle origini dell’umanità, noi siamo con lui. A patto che ci regali una bella dose di incubi a base di Stringifaccia (quella specie di aragosta gialla che fa quello che dice il nome) e Xenomorfi (la creatura originale della saga, con lingua dentata e coda che termina con un pugnale). Per questo motivo Alien Covenant è migliore di Prometheus. (Scott ha in programma un terzo capitolo, che andrà a unire questo filone narrativo con il film del 1979).

Ambientato dieci anni dopo gli eventi di Prometheus, Alien Covenant vede l’equipaggio dell’omonima nave stellare in viaggio verso una galassia adatta a ospitare condizioni favorevoli alla vita umana. Il Covenant ospita migliaia di coloni destinati a fondare una nuova civiltà. Ma una tempesta di neutrini costringe Walter, l’androide di bordo (Michael Fassbender) a risvegliare l’equipaggio prima del previsto. Durante la riparazione dei danni, la nave capta uno strano segnale (che si rivela essere Take Me Home, Country Roads di John Denver) provenire da un pianeta distante solo qualche settimana di viaggio. Anche questo, guarda un po’, ha condizioni favorevoli alla vita umana. A quel punto, tra la prospettiva di tornare nell’ipersonno (o come si chiama) per altri anni e quella di andare a scoprire chi è questo galattico amante del country, vince la seconda opzione. Per fortuna nei film la gente prende sempre la decisione sbagliata, altrimenti sai che noia.

Questo pianeta alieno ospita i resti di una monumentale – e affascinante – città perduta che ricorda un po’ Gondor del Signore degli anelli, un po’ Pompei (per la fine che hanno fatto gli abitanti).

Il film procede di buon passo, fino al momento in cui Walter non incontra un androide identico a lui, unico sopravvissuto al disastro del Prometheus (va bene, è David del film precedente, tanto ci sareste arrivati ugualmente).

Qui, dobbiamo dirlo, Covenant si prende una pausa per mettere in scena uno spiazzante incontro a lume di candela, dal carattere erotico/onanistico nemmeno troppo velato: Fassbender on Fassbender. Galeotto fu il flauto, e chi ne scoprì la diteggiatura… (È un vero flauto quello di cui sto parlando! Non fatevi idee strane). Anche gli androidi possono creare? Certo, peccato che poi per forma mentis tendano a pensare un po’ troppo in grande, e agire di conseguenza. Risatine a parte (ma non ero l’unico in sala), Fassbender è bravo ad alternare questi due volti della robotica: il fedele servitore degli umani vs. il genocida che si crede Dio.

Per fortuna Scott, dopo che ci ha fatto mettere un piede o due nel ridicolo, ci riporta a bordo dell’astronave e alla sua ideale claustrofobia. Il Covenant è immenso, ma quando a bordo c’è un clandestino sotto forma di Xenomorfo non c’è scenario che sembri troppo angusto. Ed è qui che ogni nuovo film di Alien, così come la sua iconica creatura, deve cercare la sua ragione di esistere. Questo ritorno alle origini nel finale, e un ottimo cast (a parte il cammeo di James Franco, che si brucia subito, scusate la freddura) fanno di Alien Covenant un film da vedere, nonostante i passi falsi della sceneggiatura.

Ah, e se ve lo stavate chiedendo, la scena di sesso nella doccia è clamorosa come sembrava nei trailer. In tre si è una folla, come si dice. Soprattutto quando il terzo ha la coda.

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