Folfiri o Folfox - Afterhours
Recensioni

Folfiri o Folfox
Afterhours


Cosa accade quando il rock smette di mettersi al servizio di forme di rivoluzione sognate per anni riprendendo conoscenza, in modo autentico, alla luce dei propri limiti ineludibili? Cosa succede quando si abbandonano improvvisamente strade definite e linguaggi, in favore di una nuova forma di liberazione umana e quindi artistica? Si finisce, forse, con lo spogliarsi degli orpelli generati dalle convinzioni che sembravano impossibili da scalfire, anche le più centrate, quelle più lucide. Folfiri o Folfox sono due cure chemioterapiche che il frontman degli Afterhours – ora senza Ciccarelli e Prette ma con Pilia (Massimo Volume) e Rondanini (Calibro35) – ha conosciuto durante la malattia del padre, cure con nomi che ricordano beffardamente una filastrocca o la vivacità di un ballo del passato. Sulla copertina un’orchidea bianca e venata di colore su sfondo nero omaggia chi non vive più e simboleggia la rinascita, stagliandosi, luminosa, nel buio.
Sono letti d’ospedale insieme a forme di rabbia distillate da Manuel Agnelli in urla e chitarre distorte, gli scenari base di questo disco. Un paio di pezzi dalla struttura rock più classica (Non voglio ritrovare il tuo nome, Se io fossi il giudice – e non si riferisce a XFactor) sono episodi distinti all’interno di una proposta coerente con il concept sonoro che questo disco finisce col proporci: un mix allucinato e lucido di chitarre ora lievi, ora impazzite, cori ossessivi, assoli e grida. Che tutto questo sia morbido o meno – e saremo onesti, non lo è affatto – è un piacere riconoscere a quel che resta del rock, l’onestà furiosa di solitudine e rinascita.

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