We Got It from Here... Thank You 4 Your Service - A Tribe Called Quest
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We Got It from Here... Thank You 4 Your Service
A Tribe Called Quest

Con il primo album dopo 18 anni, gli A Tribe Called Quest, eroi del rap più sperimentatore, hanno anticipato le elezioni del 2016, inserendo avvertimenti per il “mass un-blackening”, lamenti dark humor sull’intolleranza e parole acute sul ruolo dei media. Registrato molto tempo prima del voto, è la migliore valvola di sfogo musicale per la parte più incazzata di America. Come dice Q-Tip in Melatonin: “The world is crazy and I cannot sleep”.
La band è stata scossa alle fondamenta quest’anno, quando Phife, la voce più sensibile, è mancato a 45 anni e questo è l’altro tema portante di We Got It from Here, visto che i restanti membri gli rendono onore in più occasioni. È importante capire la vibrazione del disco. Si possono scrivere libri su quanto siano cambiati suoni, identità, luoghi, modo di cantare, dettagli tecnici e scopi della musica rap dall’ultimo album degli ATCQ, The Love Movement, del 1998. Ma loro hanno la stessa attitudine da funkonauti bohémien che ha ispirato Kanye, André 3000 e Kendrick Lamar (che appaiono tutti nel disco). Tecnicamente, Q-Tip fa parte di una scuola di MC anni ’90, particolarmente testardi, che hanno lasciato che il loro flow si complicasse, si intricasse e diventasse più veloce con l’età. Le sue rime sono assolutamente da montagne russe, come sulla traccia di apertura, The Space Program: “We about our business, we not quitters, not bullshitters, we deliver / We go-getters, don’t be bitter ‘cause we not just niggas”. Un disco che nasce dall’ansia e dal lutto, We Got It from Here è musicalmente vicino a Beats, Rhymes and Life del 1996 e The Love Movement. Creati con l’aiuto del visionario producer J Dilla, quei dischi erano malinconici, sperimentali, profondamente funky e notevolmente anticipatori.
We Got It from Here ha gli stessi beat sopra le righe, ma, allo stesso tempo, molto groovy. Con una mossa molto contemporanea, i Tribe abbandonano il formato hip hop anni ’90 per far spazio a scelte innovative, come un assolo di chitarra di Jack White, tastiere psichedeliche o un verso complesso di Anderson Paak.
Questo è un album che non suona come il 1996, ma nemmeno come il 2016. È pervaso dallo stesso spirito che avevano all’inizio. Il problema più grosso riguarda l’unica cosa che non hanno potuto controllare: ci sarebbe stato bisogno di una dose maggiore dell’umorismo combattivo, della personalità e delle battute di Phife Dawg. La sua assenza non è solo rimpianta e onorata, ma è anche avvertita.

Questa recensione è stata pubblicata su Rolling Stone di dicembre.
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