Spectre - 007 - Sam Mendes
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Spectre - 007
Sam Mendes


Con l’arrivo di Sam Mendes alla regia, Daniel Craig finalmente sembrava essersi ritagliato un suo posto nell’empireo di interpreti dell’agente doppio zero con licenza di uccidere.

Tre anni fa, Skyfall spazzò via ogni dubbio sul ruolo del biondino emerso in Casino Royale e Quantum Of Solace, lasciandoci un incantevole dramma: un uomo alcolizzato, pieno di rimorsi e che aveva sacrificato tempo terreno e affetti in cambio di una vita ingrata, scintillante solo in apparenza. James Bond aveva trovato il coraggio di togliersi la maschera, la stessa che Mendez ha inspiegabilmente deciso di rimettergli in questo Spectre.

Rieccoci quindi alle prese con Aston Martin da mezzo milione di sterle, Vodka Martini, tagliente humour inglese e Bond girls da panico—l’offerta in questo Spectre è raddoppiata, grazie a una Léa Seydoux ancora un po’ impacciata nella recitazione in inglese e una Monica Bellucci che non sfigura nemmeno a confronto con una graziosa francesina appena trentenne.

Ma ormai è evidente che Craig non ne voglia più sapere di James Bond e questo si ripercuote sull’entusiasmo di chi guarda, intaccato fin da subito dai falsettini di Sam Smith sulla sigla. Più lo spot di un profumo che l’ouverture di un film di spionaggio.

Quanto all’impeccabile Christoph Waltz, non sembra che la parte del classico villain Ernst Stavro Blofeld (quello col gatto persiano e la cicatrice sull’occhio da Licenza di Uccidere in poi) sia quella per cui è nato, cioè il nazista in Bastardi Senza Gloria. Qui, invece Waltz fa il capo di una società simil-massonic-Bilderberg (sotto con i complottismi) che terrorizza il mondo per spingere le nazioni (e lo stesso MI6) ad adottare l’onniscienza orwelliana del suo sistema informatico.

Insomma, un cast stellare ma che soffre un po’ di mancanza di coesione, proprio come la sceneggiatura—lo stesso non si può dire di fotografia e ambientazioni, lo si capisce sin dalla prima scena del Día de Muertos in Messico.

Un’involuzione rispetto a Skyfall? Era inevitabile. E per colpa di un regista forse troppo impegnato in citazioni antologiche si è finito col farcire due ore abbondanti di film con colpi di scena, sparatorie, inseguimenti (ora a Roma, ora sulle Alpi austriache) senza mai un momento di riposo. A farne le spese sono la tensione narrativa e l’originalità, che con Spectre chiude leggermente in negativo la parabola Craig-Mendes nella saga degli 007.

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