Vasco Rossi porta al cinema la leggenda di Modena Park

Un concerto da record per celebrare i quarant'anni del mito del Blasco, la rockstar che più di ogni altra ha cambiato il volto dell'Italia

In principio fu Fronte Del Palco, quindi Imola ‘98 e oggi, o meglio sei mesi fa ma oggi nelle sale, Modena Park. La festa epocale, il concerto che non avrebbe mai dovuto avere fine, quello che chiunque, in primis lo stesso Vasco, sapeva sarebbe stato il lascia passare per entrare nella leggenda.

La vita artistica di Vasco si può descrivere a tappe e ognuna di esse finisce e ha inevitabilmente inizio con eventi di massa. La sua carriera fece il primo grande salto proprio nel ’90, quando, dopo dieci anni vissuti al limite, il Blasco riempiva i suoi primi stadi, permettendosi di dire no agli Stones che lo volevano per riempire uno spazio troppo grande persino per loro. Una cosa che nessuno, se non forse chi lo seguiva religiosamente dai tempi delle discoteche bolognesi, poteva e voleva pensare fosse realizzabile. Lui che nei primi anni ottanta parlava di negri e di troie, di figli sgozzati e di deviazioni, sempre più preda delle sue malinconie ma senza perdere credibilità, col tempo si è trasformato in qualcosa di così inattaccabile da diventare una sorta di santo patrono del Paese, diventando di fatto, parafrasando le storiche parole di John Lennon, più famoso di San Francesco.

Il mega raduno di Imola, che celebrava i suoi primi vent’anni di carriera e che oggi può essere visto tranquillamente come la prova generale di quello che duecentoventimila paganti hanno visto a Modena la scorsa estate, diede il via ad un’infinita gara con se stesso che dura fino ai giorni nostri: sempre fuori concorso, fuori portata, fuori dagli schemi, persino fuori da ogni logica commerciale. Nessuno in Italia ha mai fatto meglio di lui e nemmeno come lui. E se qualcuno ci ha provato, aveva lui come modello, come riferimento assoluto. Modena Park, nei cinema d’Italia per il classico periodo limitatissimo, tuttavia non è la semplice riproposizione autocelebrativa di un uomo abituato al successo, è forse la migliore fotografia possibile di quarant’anni senza i quali la storia e la cultura del nostro paese sarebbero stati radicalmente differenti.

Sì perché l’Italia, a quel ragazzo sfacciato e provocatore, che si presentava come una sorta di ibrido, di creatura del dottor Frankenstein a metà tra Fabrizio De Andrè e un Jim Morrison di provincia, deve davvero molto. Un paese che usciva profondamente minato dagli anni di piombo, che avevano precluso ai ragazzi di allora di poter respirare a pieni polmoni quella ventata che arrivava dal rock anglo-americano e che dal vivo poté vedere prima il Vasco di Siamo Solo Noi e Bollicine che Bob Dylan, giusto per fare un esempio a prova di stupido. Rossi, oltretutto, proprio come De Andrè parlava in primis agli ultimi, a coloro che di quel periodo storico avevano subito le conseguenze peggiori e che, spesso, avevano trovato nell’eroina l’unico rimedio alla malinconia.

Mentre gli ingenui continuavano a credere che un brano come Bollicine parlasse realmente di Coca Cola, l’amarezza che pervadeva anche l’animo del suo popolo era già tutta contenuta in quei dischi, che lo trasformarono inevitabilmente e, forse senza volerlo, nell’unico portavoce credibile di quella generazione di sconvolti. Quindi, perché oggi dobbiamo celebrare nuovamente un uomo che si avvicina ogni anno di più ai settant’anni e che, per i più giovani, dovrebbe rappresentare una lingua sostanzialmente sconosciuta? Perché, in quarant’anni, gli abbiamo visto cambiare mille volte aspetto, girovita, sonorità e talvolta band, ma mai una volta ci ha dato modo di pensare che il suo animo fosse minimamente mutato rispetto al disperato cui sentivamo cantare Fegato spappolato tanti anni prima.

Perché, se è vero che qualche volta abbia giocato pericolosamente col proprio ruolo di rockstar, è anche chiaro che, come tutti i precursori, Vasco sia arrivato prima alla gente che alla critica, all’intellighenzia. Perché la sua poetica è sempre arrivata prima alla pancia di chi era pronto a comprenderlo. Perché ci ha insegnato a fottercene della conseguenze e che la realtà, comunque vada, è sempre meglio viverla. Cosa per cui sarebbero bastate anche molte meno delle 100 persone e delle 27 telecamere che il regista Pepsy Romanoff ha utilizzato per mettere insieme lo splendido docu-film su Modena Park.

Vasco Modena Park – Il Film sarà nei cinema italiani dal 4 al 7 dicembre. Ad accompagnarlo ci sarà anche un libro, Vasco Mondiale, al Modena Park la tempesta perfetta, oltre a una serie di cofanetti speciali.

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