Tom Waits, i rottami del sogno americano

68 anni oggi, e senza mai essere divo. Sempre dalla parte sbagliata. Ecco la storia del suo primo capolavoro

Tom Waits, foto IPA


Thomas Alan Waits, lavapiatti, una sera si è seduto di fronte al pianoforte del Napoleone’s Pizza House e si è messo a suonare. Ubriaco marcio, la voce spezzata e poco intonata, accenna alcuni classici degli anni ’40 e ’50 e conquista il suo primo pubblico, famiglie affamate e senza pretese, riunite per una pizza dozzinale in uno dei tanti ristoranti di National City. Qualcuno ride, qualcun altro si commuove, tutti stanno a sentire; anche il proprietario, che gli propone di ripetere la performance ogni sera per pochi dollari. Sempre meglio che fare il lavapiatti, o l’impiegato in una stamperia di Bibbie, uno dei tanti lavoretti che il giovane Waits faceva per mettere in tasca qualche soldo.

Nel giro di qualche anno si ritrova sempre più spesso sui palchi dei localacci di Los Angeles, accompagnato da una banda di jazzisti spostati tanto quanto lui. Sono gli anni in cui Tom Waits comincia a esplorare il suo talento di balladeer: scrive del mondo di disperati che gli passa davanti ogni sera, di sbronze apocalittiche, puttane, barboni, poeti improvvisati e falliti. Le sue prime composizioni – che nel 1973 diventeranno l’ossatura del suo esordio Closing Time, dedicato, appunto, all’orario di chiusura dei locali – sono incerte e minimali, ma mostrano già parte del suo talento.

Tom Waits, foto IPA

Sono musei di decadenza urbana, un racconto impietoso del grande inganno del sogno americano, il contrario, per farla breve, delle grandi promesse di Bruce Springsteen. Non sono i guizzi geniali degli anni ’80, ma racconti di un giovane cantautore che ha scelto subito da che parte stare: tra i vinti, gli sconfitti, la gente dei bassifondi. Non parla mai direttamente dell’America, o del mondo plastificato raccontato dai colleghi, ma di fatto li distrugge disco dopo disco. Poi, nel 1977, si innamora della cantante Rickie Lee Jones e la sua musica si fa più nostalgica, esce dalle bettole della città per perdersi nelle autostrade, nei paesaggi che guardava durante i lunghi viaggi in macchina con la famiglia. È l’anno di Foreign Affairs, un disco imperfetto e importantissimo, con in nuce alcuni degli spunti che daranno vita al suo primo capolavoro, Blue Valentine.

«Tom mi ha raccontato di voler suonare materiale nuovo», ha raccontato il produttore Bones Howe. «Mi sembrava un film in bianco e nero, un noir. Non so se siamo riusciti a trasferire questa sensazione sull’album, quando lavori a un disco tutto è in costante cambiamento. La musica cambia e cambia ancora». In Foreign Affairs ci sono già grandi canzoni – I Never Talk to Strangers, Potter’s Field o Jack & Neal, dedicata agli eroi beat Jack Kerouac e Neal Cassidy -, ma soprattutto il brano più commovente e geniale della sua prima produzione, Burma Shave.

«Quando ero ragazzino», ha raccontato Tom Waits, «mio padre aveva una station wagon del ’57, una Chevrolet. Mi ricordo di quando attraversavamo il paese su quell’auto, io ero sul sedile posteriore. Vedevo i cartelli pubblicitari della Burma Shave – una marca di schiuma da barba, nda – lungo la Route 66. Credevo fosse il nome di una città, e chiedevo sempre a mio padre: “Quando arriviamo a Burma Shave?”». Le campagne pubblicitarie della Burma Shave erano uniche: cartelloni pubblicitari giganti a bordo strada, sì, ma con una storia suddivisa immagine dopo immagine. Se il primo diceva “In this world”, allora sul secondo “of toil and sin”, poi “your head grows bald” e infine “use Burma Shave”.

Waits ha scritto il brano mescolando questo episodio della sua infanzia con la storia di una coppia in fuga da una città vuota, un viaggio senza meta se non “lontano da qui”. Il ragazzo capisce che non è buona cosa scappare senza destinazione, quindi inventa il luogo immaginario “Burma Shave”, un posto lontano da quella città che muore. “Le ginocchia sul cruscotto, si tolse il fermaglio e i suoi capelli si rovesciarono come birra. Fece scoppiare la gomma da masticare e inarcò la schiena. […] Ci sono notti in cui il mio cuore batte come un tuono, non capisco perché non esplode, perché tutti in questa città marcia hanno un piede nella fossa, e allora preferisco tentare la sorte a Burma Shave

Il viaggio in macchina si conclude tragicamente, con una morte idiota in un incidente stradale – “Sorpassa quell’auto se hai il coraggio, prima che il sole sorga voglio arrivare a Burma Shave” -, raccontato con la stessa potenza visiva di un Kerouac. Prima della rottura di Swordfishtrombones, di Rain Dogs o del doppio capolavoro Alice/Blood Money, nel 1977 Waits scrive un meraviglioso sogno infranto. Burma Shave non è solo la storia dei due protagonisti, è la visione allucinata della fine del sogno americano degli anni ’60.

Quando il sole toccò il carro attrezzi lasciò un’ombra d’ala di pipistrello sulla portiera dell’auto. E quando la tirarono fuori dai rottami, sai, aveva ancora gli occhiali da sole. Dicono che i sogni crescono selvaggi, dalle parti di Burma Shave”.

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