The Essential James Brown

Oggi nel 2006 se ne andava il re del soul: ecco le canzoni più importanti della sua carriera

La notte di Natale del 2006 se ne andava James Brown, pioniere dell’R&B, padrino del soul e cantante dalla presenza scenica incontenibile, monumentale. Ecco alcune delle sue canzoni più importanti.


1. “Please, Please, Please” (1956)
James Brown ha sedotto il suo microfono già con la prima nota del primo singolo. Rozza e intensa, questa canzone è figlia di Baby Please Don’t Go degli Orioles e costituisce il canovaccio di tutta la prima produzione di James Brown: interpretazioni sensuali e grottesche su composizioni R&B. L’avrà cantata in praticamente tutti i concerti degli ultimi 50 anni.


2. “Think” (1960)
Questa è la cover della hit del ’57 dei Royales. In questa versione cambiano sia il tempo che la parte di batteria: lo stile infaticabile di Nat Kendrick è assolutamente in primo piano insieme al solo lacerante di J.C. Davis. Con questo pezzo era chiaro a tutti che la vecchia scuola poteva andare a casa: l’R&B aveva un nuovo re.


3. “Lost Someone (Live at the Apollo)” (1962)
Live at the Apollo è stato registrato ad Harlem durante la crisi missilistica di Cuba. Questa incisione ha trasformato James Brown in una star, e il centro della serata è proprio questo delirio di 11 minuti, una sorta di ballad che il re del soul ha trasformato in un coro sensuale e disperato.


4. “Papa’s Got a Brand New Bag” (1965)
Poi, all’improvviso, ecco il funk: 126 secondi atomici, senza filtri; un’intera sezione di fiati – ben nove elementi – con un solo obiettivo: spaccarti la faccia un riff dopo l’altro. Il brano è stato registrato in meno di un’ora, una performance devastante.


5. “Cold Sweat” (1967)
Questa non è neanche una canzone vera e propria: sul ritmo sincopato che avvolge tutto l’arrangiamento si posizionano gli assoli di sax tenore di Maceo Parker, le percussioni monolitiche di Clyde Stubblefield e l’assurda performance vocale di James Brown, la sua voce è così potente da sembrare un tamburo. Praticamente tutte le band R&B americane dell’epoca passarono i quattro anni successivi a rincorrere questo pezzo.


6. “Say It Loud – I’m Black and I’m Proud” (1968)
Solo nel 1968 James Brown ha pubblicato 7 album e 14 singoli, ma questa canzone è quella dall’impatto culturale più grande. Un inno dedicato ai diritti civili degli afroamericani. (Anche se il ritornello è cantato da un coro di bambini bianchi e asiatici).


7. “Talkin’ Loud and Sayin’ Nothing” (1972)
Nel 1970 James Brown aveva registrato una versione più strana di questo pezzo, accompagnato da una band acid-rock. Nell’incisione del 1972, però, lo si può ascoltare mentre urla al fonico di continuare a registrare: Brown stava ri-scrivendo il pezzo nel mezzo della take. La band, in cui spiccava il bassista teenager Bootsy Collins, durò solo un anno ma ha prodotto una serie incredibile di singoli, tra cui Sex Machine e Super Bad.


8. “Doing It To Death” (1973)
Nonostante il titolo ufficiale fosse Doing It to Death, questo brano è passato alla storia come Gonna Have a Funky Good Time. James Brown ha aperto quasi tutti i suoi concerti con questo pezzo, caratterizzato dal solo di trombone di Fred Wesley e da quello di Maceo Parker al sassofono.


9. “The Payback” (1974)
Teddy, il figlio di James Brown, è morto nel 1973 a causa di un incidente automobilistico. Brown ha pubblicato questo singolo nel pieno del lutto: è un brano furioso, oscuro e pieno di desiderio di vendetta. Le copie vendute furono milioni. È in questo periodo che Brown riceverà un nuovo soprannome, The Godfather of Soul. Il riff di chitarra di Jimmy Nolen, poi, è passato alla storia ed è stato ripreso anche dai Massive Attack in Protection.