The Cure, doppio spettacolo pop a Milano.
Due concerti diversi e strepitosi

Il ciuffone esagerato di Simon Gallup contro l'eterna (o quasi) lotta contro la forza di gravità di Robert Smith. Siamo stati a entrambe le tappe milanesi dei veterani degli anni Ottanta per analizzarne le differenze. Lo sappiamo, è roba da nerd
The Cure a Roma - Foto Kimberley Ross

The Cure a Roma - Foto Kimberley Ross


Simon Gallup galoppa da una parte all’altra del palco. Cavallo pazzo, è eccezionale nel suo personalissimo tributo a Paul Simonon dei Clash con gli stivaloni da biker, la bandana rossa che ciondola dai jeans e il ciuffone esagerato a tagliare l’aria. Il bassista dei Cure è davvero uno spettacolo nello spettacolo: indossa una t-shirt smanicata degli Iron Maiden e si diverte a citarli alla fine di A Forest, suonando una sera il giro di The Trooper e la sera successiva quello di Phantom of the Opera.

Perché i concerti dei Cure sono sempre diversi, ogni live è tutta un’altra storia rispetto a quello precedente. Anche e soprattutto nelle piccole cose da nerd. Tra i fan, c’è chi impazzisce per la “scaletta Bloodflowers” e chi invece non sopporta dal vivo Disintegration perché preferisce ascoltarselo “in cuffia, a casa”. “Ma, grazie a dio, hanno fatto parecchio Head on the Door, che adoro”.

E poi c’è chi bestemmia perché era sì presente al concerto del Forum di Assago il primo novembre, ma sì è perso quello del 2 novembre – giorno dei morti – durante il quale i Cure hanno suonato, dopo chissà quanto tempo, Three Imaginary Boys.

NOME

Dicevamo del ciuffo di Gallup, un alettone per andare più veloce, ma è ovvio che, anche parlando di capelli esagerati, sappiamo bene, benissimo che i Cure sono solo un’unica persona: Robert Smith, con la cofana in testa che continua, o almeno ci prova, a sfidare la forza di gravità e il resto del corpo che lo tiene saldamente ancorato al palco.

La prima sera al Forum Robert Smith non aveva tanta voce: forse risparmiata all’inizio del concerto (prima canzone il primo novembre: Open), persa verso la fine (chiusura, questa sì ormai di rito, con Why Can’t I Be You?). “Push va urlata”, si lamentava deluso un fan. Uno show lungo, ben oltre le due ore, con un – scusate il gioco di parole – tris di bis: tra i tanti pezzi Lullaby, Never Enough e la doppietta che scatena tra il pubblico balli di gruppo e tarantelle: Friday I’m In Love e Boys Don’t Cry.

Lo show del due novembre è stato strepitoso: più breve – solo due blocchi di bis – ma decisamente più intenso. I Cure hanno stravolto la scaletta, partendo con Out of This World e liberandosi di qualche hit ingombrante nella prima mezz’ora di concerto. Poi hanno sparato Kyoto Song – sicuramente il momento più alto della due giorni a Milano – un pezzo nuovo digeribilissimo (Step Into The Light), Play for Today e, strada facendo, The Lovecats: miao/miao!

“Fascetta e accendino 5 euro”. “Maglietta solo dieci euro”. “Compro-vendo, la vuoi una bella tribuna B?”. Abusivi e bagarini vari scatenati, se ne fregano altamente degli agenti della Guardia di Finanza in divisa all’ingresso del Forum, e questi ultimi sembrano fregarsene dei primi. Amen. Ma quattro date dei Cure in Italia, tutte sold-out o quasi, sorprendono sì/sorprendono no?

“25 anni fa avrebbero avuto tutti i capelli per aria” fa notare qualcuno della vecchia guardia. Oggi non è così: il pubblico dei Cure – come d’altronde la loro stessa musica – è variegato: c’è di tutto di più, tra i fan in coda all’ingresso senti parlare tanto degli Smashing Pumpkins, dei Pearl Jam, addirittura di Jovanotti, ma – sarà che i dark sono tipi di poche parole – si discute poco o niente di Siouxsie o degli Alien Sex Fiend.

Mettiamoci l’immagine decadente di Robert Smith che, come Eddie degli Iron Maiden, continuerà comunque a conquistare il cuore di qualche teenager in qualche angolo del mondo. Mettiamoci anche per lo stesso motivo This Must Be the Place di Paolo Sorrentino e ricordiamoci Il Corvo e la sua colonna sonora (sì, Burn l’hanno suonata entrambe le sere). Aggiungiamoci magari Adele che ha coverizzato Lovesong e poi, sì, prendiamo in considerazione tutti i veterani della scena goth/wave degli anni Ottanta e i nostalgici delle discoteche rock degli anni Novanta ed ecco che… un grande gruppo pop riempie due sere di fila il Forum d’Assago.