Tanto pe’ cantà

Il 2017 non è stato l'anno dei musicisti, ma dei canzonieri. Che ci restituiscono un mondo in cui Trevi fa rima con Levi's.

Mai come di questi tempi il Paese è disperatamente in cerca di parole in cui riconoscersi. Per questo l’anno passato non è stato dei musicisti, ma dei parolieri. E lo sarà finché continueremo a scrivere ogni giorno “un papiro di cazzate con l’emoticon”, come ci spiegano i nostri più magici rabdomanti di argomenti Carl Brave e Franco 126, spuntati come fiori tra i sampietrini del centro di Roma. Pietre, parole, zozzoni, biretta, bangla. Low cost. Niente è per caso.

Il 2017 della musica è un curioso Google Map in cui marche e toponimi, emozioni e azioni trovano magicamente un loro posto grazie all’alchimia dei testi e delle barre. Dove Levi’s fa rima con Trevi (fontana di), Pamplona con “qualcosa qui non funziona”, missili con Intimissimi, Gucci con sushi, ma anche con Blue Cheese e ancora, soltanto, con luci. Vecchi trucchetti da rapper, l’abc della trap. Il nostro musical straccione, zozzone, di provincia.

Buttate al cesso Mogol, riprendete in mano Gianni Rodari. Sentite come suona l’Italia Ius soli negli ottonari di Guè Pequeno: “Frà giro con italiani, pure africani e latini / Conosco bravi cristiani e pure dei malandrini”. Tu incontri dentro i social questi tizi imbruttiti, emo-fascisti, razzisti, nazisti, rosico-come-una-bestia, a-me-non-la-si-fa. E invece nelle canzoni hai queste eterne Vacanze di Natale, coi nuovi ragionier Zampetti.

A quei tempi facevano Roma-Cortina in due ore, adesso vanno a 200 all’ora in Moscova. In Lamborghini. E fanno i tori a Pamplona, partono per Madrid, per tutti i Sudamerica o i Riccione del nostro scontento. Con due cannette si sentono già narcos. Dicono cose come: “Non ho mai chiesto niente a nessuno” (Sfera Ebbasta), “Entriamo senza pagare come dei calciatori di serie A” (J-Ax e Fedez). Se arrestati, ripeteranno che hanno sempre il quartiere nel cuore, “es mi barrio anche se son milionarrio”. Come Gigio Donnarumma. Come un candidato 5 stelle.

Altro che ironia. Altro che glam. Altroché. Penso alle canzoni di quest’anno, inoculate da Spotify direttamente nel nostro subconscio, come allo spogliatoio dei social. Spogliatoio, stadio, curva. Poi, con calma, dovremo spiegare ai nostri figli perché il Paese ama rappresentarsi anche nelle sue canzonette migliori come una periferia di uomini soli e reduci, che non si fidano più di nessuno. Abbandonati dalla fidanzata (Tu t’e scurdat’ ‘e me), tenuti a distanza nei social dalle medesime (“Fai la presa male / posti foto con il cane”), timidi e semanticamente confusi. “E scusa se non parlo abbastanza / ma ho una scuola di danza nello stomaco”. Deboli, fragili, avvolti dall’incertezza. Coi tempi che corrono è parecchio sospetto. “It’s me and you” sembra una vecchia pubblicità di telefonini anni ’90. E invece è l’idillio napoletano di Liberato.

“Mi chiami amo’ che non trovo più il cellulare” è una gag tragicomica (ma più De Sica o più Derrida?). Ma quante volte l’abbiamo ripetuta? Le parole delle canzoni le abbiamo scritte quasi tutte noi. Quando avete finito con Mogol, sapete con chi prendervela.