I Tame Impala arrivano in Italia. Riuscirà il monaco della psichedelia a lasciarsi andare?

Paul McCartney è un loro fan, Mark Ronson li definisce il suo gruppo rock preferito e noi siamo pronti ad accoglierli per 3 concerti a Sestri Levante, Roma e Verona
Kevin Parker è il nome dietro al progetto Tame Impala

Kevin Parker è il nome dietro al progetto Tame Impala


La porta della 1226 dell’Hilton Garden Hill è rimasta aperta. Kevin Parker è a letto, la stanza è un casino: lattine vuote di birra Tecate coprono i tavoli, biancheria, jeans skinny e sciarpe strabordano da una valigia. Sul comodino dei pacchetti di antidolorifico, rimedi per il doposbronza. «Mi piace avere una stanza incasinata» ci spiega Parker con un marcato accento australiano, «mi fa sentire a casa». I suoi ricordi sulla sera precedente sono annebbiati, ma è piuttosto sicuro di essersi arrampicato giù dal balcone del secondo piano ed essere finito in un fiumiciattolo lì nelle vicinanze, dove ha poi aspettato l’alba seduto su uno scoglio.

Oggi vuole stare tranquillo, «solo cazzo di codeina e South Park». È il giorno prima che il tour estivo di cinque settimane parta dalla Psych Fest di Austin, e Parker, 29 anni, ha tanto lavoro da fare: si trascina quindi fuori dal letto e dà una mano al loro tecnico, che sta stipando pc e tastiere dentro alla stanza. Seduti alla scrivania attaccano una tastiera midi a un Mac. Poi accendono un oscilloscopio, una macchina che misura i segnali elettrici e che di solito si usa per controllare il funzionamento di una TV, o quello di uno scanner medico. Parker però ha scoperto che se ci si collega uno strumento musicale, l’oscilloscopio produce immagini da trip: da allora lo usano così, proiettando le immagini su un mega schermo durante i concerti dei Tame Impala. Alcuni gruppi assumono un intero team per gestire i visual durante i live, lui preferisce fare da solo.

Parker ha suonato praticamente ogni singola nota sui tre album della sua band prima di portare le canzoni – paranoici e autocritici viaggi mentali nascosti da una fitta nebbia di riff psichedelici e sintetizzatori – al resto della band perché le imparassero per i live. I risultati però sono impressionanti: i Tame Impala hanno suonato sul palco principale al Coachella e al Governors Ball e saranno headliner al Radio City Music Hall il prossimo autunno. Paul McCartney è un loro fan, Mark Ronson li definisce “il mio gruppo rock preferito”. Jack Antonoff, fondatore dei Bleachers e dei fun. dice che «stanno facendo gli album attualmente più interessanti dal punto di vista sonoro» e che «suonano come un esaltante mix tra il suono del futuro e quello dei primi anni settanta, e questo è incredibile, bizzarro». La stretta d’acciaio di Parker sul processo creativo della sua band ha però un lato negativo: ha passato mesi in un appartamento di Parigi a comporre Lonerism, il disco della maturità, in un processo che lui stesso ha definito “una tortura”. «Pensavo di impazzire» – aggiunge – «non provvedevo a me stesso neanche sotto il punto di vista mentale o dell’alimentazione». Ha provato ad allentare quella tensione per l’album successivo Currents, ma – dice – «ci sono ricaduto assolutamente».

Parker lotta contro una crisi di identità per buona parte del nuovo album, registrato dopo la fine di un rapporto, quando ha deciso di calarsi fino in fondo nei panni di una giovane rock star. «Mi sono sempre imposto dei limiti morali, mi dicevo: questo è eccessivo, è sbagliato. Ero molto vicino al Buddhismo e roba del genere. Ero vegetariano. Mi precludevo troppe cose insomma». Questa inversione di rotta riguarda anche la sua musica, dato che i riff più rock si sono trasformati in elettronica e R&B. «Sono cresciuto nell’era del grunge, ho sempre rifiutato l’idea di essere parte di una macchina. Volevo solo essere un artista a modo mio. A un certo punto però ho semplicemente realizzato che escludere certe cose dalla mia vita richiedeva più energia che lasciarle entrare». Il telefono di Parker squilla: c’è una macchina pronta a portarlo ad ascoltare per la prima volta Currents stampato su vinile. Appena apre la porta appare un biglietto sull’uscio: è di una fan, che, dalla stanza 1212 esprime il desiderio di fare una foto con lui. «Assurdo» mormora rendendosi conto che la stanza 1212 è proprio davanti alla sua, «magari le busserò più tardi, non mi è mai successo prima!». Il giorno precedente i Tame Impala erano ad Austin a provare l’impianto, le macchine del fumo e tutto il resto.

L’atmosfera era rilassata: canzoni, qualche membro della band che vuole fare visita a uno strip club di New Orleans, Paker che domanda sarcastico perché alcuni della crew siano spariti attorno alle 4.20 di mattina. Suggerisce qualche modifica ai pezzi: vuole un po’ di distorsione in più sul basso di Feels Like We Only Go Backwards e “un pizzico di emozione in più” da Julien Barbagallo, batterista, su Eventually, un pezzo nuovo. Siccome il batterista sembra non afferrare, Parker si siede al suo posto e gliela fa sentire. Quando stanno per scoccare le otto la band ha già finito le scorte di birra, e i toni di Parker si fanno più severi: «stiamo perdendo il nostro cazzo di tempo» – dice – «proviamo a suonare in modo da non risultare imbarazzanti». E ancora: «Non c’è nessun soundcheck, è un cazzo di festival», ringhia in risposta al polistrumentista Jay Watson, che ipotizzava di avere tempo di trovare le parti di tastiera al sound check del giorno successivo.

Tuttavia non sembra uno stronzo, semplicemente un buon capitano. La band poi ci è abituata: «vuole sempre controllare tutto e tutti» – dice Watson, che suona anche nei Pond, offshoot dei Tame Impala – «anche tipo il grado di intensità con la quale colpisco i tamburi. Ci ho messo un po’ a riuscire a sentirmi a mio agio in un contesto dove mi viene continuamente detto cosa davo fare» (ma Watson non si lamenta del suo lavoro: «comincio a bere birra a mezzogiorno!»). Parker ha sempre preferito lavorare da solo: è cresciuto a Perth, frizzante città sulla costa ovest dell’Australia, uno dei centri abitati più isolati al mondo, a più di 3000 chilometri da Melboune e Sidney. Si autodefinisce “essenzialmente un figlio unico”: i suoi si sono separati quando aveva quattro anni, dopodiché è andato a vivere con sua mamma nella periferia a est di Perth, mentre il fratello si è trasferito dal padre, contabile per una miniera d’oro e decisamente più benestante. «Non ho ricordi in cui i miei genitori si parlano fra loro» dice «si sono lasciati malissimo. Da piccolo davo per scontato che la vita familiare fosse necessariamente così, come una specie di soap opera».

Quando aveva dodici anni ha cominciato a fare esperimenti con un registratore multitraccia, mentre da ragazzino consumava dischi degli Smashing Pumkins, dei Silverchair e anche dei Korn («penso di avere molto in comune con il cantante. Ha avuto quasi le mie stesse vicissitudini familiari»). Parker riserva però un particolare riguardo per il suo primo concerto dei Flaming Lips, un momento religioso: «Mi ha letteramente fatto impazzire» – dice – «sono interessato al modo in cui la musica ti può toccare da un punto di vista emozionale, o spaziale. Il fatto che possa farti dimenticare di essere in piedi davanti a un palco, con i piedi piantanti sul terreno. Questo mi sembra molto interessante». Per un po’ Parker ha studiato ingegneria e astronomia all’università, anche se in quel periodo passava la maggior parte del suo tempo in una casa bifamiliare fatiscente con diversi futuri membri dei Tame Impala: quella casa era diventata il centro della pazza, avanguardista scena psichedelica di Perth. «Ascoltavamo i Black Sabbath tipo diciotto ore al giorno» – dice Watson. Avevano anche fatto crescere un’enorme pianta di erba nel giardino sul retro, così Parker si poteva sballare, registrare i ragazzini che giocavano a baseball e distorcere le loro voci con il delay a pedale.

«La musica psichedelica era diventata uno stile di vita» dice Parker. Siccome Perth è così isolata, «la gente è già contenta quando riesce ad impressionare i propri concittadini»: per lui è stato un vero shock, quando dopo aver caricato su myspace una manciata di pezzi originali, l’hanno chiamato a suonare a Melbourne e Sidney. Nel 2010 poi esce Innerspeaker, esordio grazie al quale la band guadagna i primi spazi in qualche festival inglese. Poi testate come NME cominciano a paragonare Parker a John Lennon, anche se lui non ha mai ascoltato un disco dei Beatles fino alla fine: sul tour bus è più divertente ascoltare i Daft Punk, o Timbaland. Ora Parker ha finalmente deciso di far sentire queste influenze: su Currents ci sono anche falsetti rallentati, vocoder e beat da disco music. Mentre registrava, Kevin, ha ascoltato soprattuto R&B anni ’90, anche se «tutti pensavano che la odiassi quando ero ragazzo». Mentre pranza sorseggiando rosé in Texas parla per diversi minuti di Max Martin, il producer svedese: «è il mio idolo al momento», e fa notare che «solo Lennon e McCartney hanno scritto più pezzi da numero uno in classifica, e che Baby One More Time era stata scritta originariamente per i Backstreet Boys, e non per Britney Spears. Poi comincia a cantare il ritornello: «potete sentirla, vero? È sempre stata una mia fantasia: lavorare dietro le quinte, muovere i fili e scrivere dei cazzo di capolavori. Questo dà al pop un’aura più intellettuale, lo fa apparire come un lavoro quasi manuale. Mi ispira molto».

«Sono sopravvissuto» -dice un mese dopo l’incontro ad Austin, nella hall dell’hotel dei Tame Impala a Brooklyn. La band sta per suonare al New York’s Governors Ball, data finale del loro tour americano. Parker ha il polso è coperto dai braccialetti di festival passati, e non è poi così impressionato dalla location del Governor’s Ball: «non sembra troppo diversa da quelle degli altri festival a cui abbiamo suonato» – dice. Ora ha appena finito di riascoltare la registrazione del concerto del giorno prima a Washington, e trova che la band abbia fatto un sacco di progressi nell’ultimo mese. «Sembra la fine di un film d’avventura»: non vede l’ora di tornare a casa a Perth per vedere la sua ragazza e un suo amico del liceo che ora fa il pubblicitario. I membri della band fanno colazione tardi, e qualche ora dopo sono sul palco principale. Parker mormora «porca troia» guardando la folla. Appena una frenetica proiezione circolare che ha programmato lui stesso comincia a danzare alle sue spalle prende una Rickenbaker e attacca con un riff à la Black Sabbath. Si anima sempre di più mentre lo spettacolo prosegue, culminando durante la funerea Apocalypse Dreams.

Durante un solo di batteria Parker porta la chitarra sopra la testa e sale sul rialzo, per poi lasciarsi cadere sulle ginocchia mentre continua a schitarrare. Dice tuttavia che era solito evitare queste “mosse tipiche da concerto rock”, e che è rimasto infastidito tutte le volte che ha visto un frontman buttarsi fra la folla. Adesso però ha cambiato idea: «una volta ho provato a farlo. Tutte questa mani hanno raggiunto e toccato le mie, gli sguardi sui loro volti erano di pura gioia. Erano felici, esaltati, in un certo senso gli ho svoltato la giornata. Così vivi un’assurda ambivalenza: da un lato hai appena eseguito un cliché da rock show, dall’altro hai appena reso felice un sacco di gente. Dunque non hai forse fatto una cosa sbagliata. Che c’è di male in fondo?»