Simon Reynolds, oltre il glitter c’è di più

Nel suo ultimo libro ha raccontato ascesa e (quasi) declino del glam rock. Il centro di tutto? David Bowie, «che ha insegnato a tutti ad apprezzare l'incoerenza»

È il più grande critico musicale del nostro tempo ed è riuscito a raccontare a tutto il mondo la storia contemporanea attraverso la musica. Simon Reynolds, 54 anni, aria da ragazzino e voce piena di entusiasmo, dopo il successo di Retromania in cui ha analizzato il fanatismo il passato della nostra epoca, ci porta con Polvere di stelle (entrambi minimum fax) nella magica avventura del glam rock, dalle origini ai giorni nostri.

Il critico americano, che questo mese è in Italia per una serie di incontri (dall’11 dicembre a Milano), e che confessa di conoscere della musica italiana solo Berio e Franco Battiato, in questo nuovo saggio racconta degli artisti glam emersi intorno al 1972 (tra cui Bowie, Sweet, Roxy Music e Alice Cooper), che, attraverso l’eccesso si liberarono dall’idea della “collettività che cambia il mondo”, per diventare individui che vogliono solo arrivare al successo. «Attenzione non è il glamour», dice Simon Reynolds da Los Angeles, «che richiama il fascino di Grace Kelly o Marilyn Monroe. Il glam rock era volutamente eccessivo: riff articolati, isteria vocale ed enfasi da spettacolo teatrale. Erano ridicoli». Una visione piuttosto estrema che persino su Bowie, considerato da Reynolds la più squisita ed elegante delle star, non lascia speranze: «Per essere glamour è troppo alieno ed eccessivo, a tal punto che rasenta la bruttezza».

Da poco in libreria ‘Polvere di stelle’, l’ultimo libro di Simon Reynolds

Strano perché, in Polvere di stelle, l’origine di questo movimento musicale viene ricondotto ad Oscar Wilde. «Questo perché è il primo a parlare dell’artificio come qualcosa di interessante e, in definitiva, più rivelatore del naturalismo. Wilde crede in un’aristocrazia della bellezza. Ha una visione del mondo e della vita come teatro, in cui ci esibiamo come le persone che desideriamo apparire». Ed è per questo che, nel bene e nel male, la superstar assoluta di Polvere di stelle è senza ombra di dubbio David Bowie. «Infatti mi ha preso un terzo del libro! Uno degli aspetti più interessanti di Bowie è il modo in cui ha continuato a trasformare la sua identità. Ha insegnato a fan e critici a vedere l’incoerenza come una cosa positiva, come un fatto interessante e coraggioso, piuttosto che un segno di mancanza di integrità o di sostanza artistica». David Bowie fa un altro passo avanti rispetto al passato. È apolitico, non fa manifesti culturali, né inneggia alla pace. Anche in questo è estremamente glam rock.

«Qualche dichiarazione politica negli anni ’70 l’ha fatta, solo che erano tutte a favore dell’autoritarismo. Incredibile no?», si domanda ridendo Simon Reynolds. «È sconcertante. Ci aspettiamo che le persone rock siano di sinistra, specialmente se hanno idee progressiste sulla sessualità e i generi. Ma le sue uniche posizioni veramente esplicite erano di destra. Poi, durante tutta la sua carriera, ha evitato di partecipare al dibattito politico. Il suo credo era l’individualismo, un’intensa etica del lavoro e una spinta al perfezionismo. È l’individuo contro la folla».
«Diversamente da come potrebbe sembrare la mia stima per Bowie è diventata più grande, in seguito alle ricerche effettuate per Polvere di stelle», aggiunge Reynolds. «Si è creato uno strano effetto intimità. Eravamo entrambi prodotti dei sobborghi inglesi della classe media, e riempivamo il nostro vuoto con una vorace dieta di stimoli culturali. Quando si è trattato di scrivere il saggio finale sulla sua vita, l’ho affrontato come per un elogio funebre, qualcosa che scrivi per il pubblico tanto quanto per te stesso. Mi sono commosso per le reazioni alla sua morte: ho visto frammenti di un Bowie umanizzato, mai visti prima».

David Bowie nel 1976. Foto di Andrew Kent

Nonostante uno strascico del mondo glam viva ancora, per esempio, in Lady Gaga, Marilyn Manson, di personalità così complesse e interessanti oggi se ne sente decisamente la mancanza, tanto è vero che, in un mercato tiranneggiato dai talent show, è fiorito con un cinema dedicato ai grandi della musica. «Il fatto che ci siano tante storie scritte, documentari, film biografici e cofanetti celebrativi ci suggerisce che il rock sia in uno stato moribondo. Come un vecchio che sta annegando nei ricordi della sua giovinezza. È piuttosto triste».

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