Si esce vivi dagli anni 80

Umberto Maria Giardini è un artista che andrebbe preservato, uno che potrebbe reggere il confronto con The Smiths e The Cure per una carriera ‘anarchica’ in cui ha giocato con tutti i colori della musica

logo Michele Monina

“Umberto, sono tanti anni che sei sulla scena, ormai. Ma continui sempre a fare il vigile del fuoco?”
“Sì, quello è il mio lavoro. Quello che mi concede sufficiente tranquillità per poter coltivare poi quello che realmente mi piace nella vita, la mia passione…”
“La musica…”
“No, macché musica. Il Subbuteo.”
Potremmo iniziare da qui. Da questo dialogo che sintetizza una poetica. Letterarietà, ironia, spiazzamento, poesia che apre a immagini inusuali, criptiche.
Oppure potremmo iniziare da altrove.
Dalla rete.

Qualche mese fa, due giganti della musica inglese hanno dato vita su Twitter a una simpatica polemica, presto diventata virale. Anche perché i due artisti in questione, Morrissey e Robert Smith, già dai tempi in cui entrambi capitanavano due band, The Smiths e The Cure, se ne sono spesso date verbalmente di santa ragione. Bene, sul volgere del 2017 Morrissey, da poco tornato sul social dell’uccellino scrive un tweet in linea col suo pensiero vegano, pensiero che ultimamente gli ha fatto assumere posizioni assai radicali, imponendo, per dire, che nei luoghi in cui tiene concerti non si possa vendere o mangiare cibo derivato da animali. “Le mucche sono nostre amiche non cibo”. Questo il testo del suo tweet. Niente di strano, per il titolare dell’album Meat is murder, uscito nel 1985 a marchio The Smiths. Un post della PETA, in realtà, presto ripreso dal cantante inglese.

“Dicci il nome di una mucca con cui sei amico”. Questa la risposta di Robert Smith, leader dei The Cure, altra band che ha segnato, per nostra fortuna, gli anni Ottanta e anche i decenni a venire. Morrissey e Robert Smith. Due modi diversi di raccontare la vita, a partire dal silenzio della propria camera da letto, guardando all’adolescenza, per poi passare al silenzio della propria anima, da adulti. Due modi di innalzare l’esistenzialismo a mirino con cui puntare il corpo grosso della vita. Due modi di sdoganare il sentimentalismo in ambito rock. Ecco, è da qui che dobbiamo partire.

Non solo da qui, ma anche da qui. Sempre sul volgere del 2017 è uscito un album di cui poco si è parlato, ma di cui andrebbe imposto l’ascolto forzato stile Metodo Ludovico, specie a tutta quella generazione di giovanissimi disabituati a un lessico sentimentale, e conseguentemente a un atteggiamento sentimentale, anaffettivi più che disaffettivi. Un album che molto ha a che fare coi nomi dei due artisti che si sono allegramente mandati a cagare sui social, Morrissey e Robert Smith, di quel sentimentalismo disperato a loro modo alfieri. L’album si intitola Stella Maris, dell’omonima band. Una specie di supergruppo dell’underground, se il termine underground avesse ancora un senso nell’Italia di oggi.

Alla voce e alla scrittura dei testi, infatti, c’è un gigantesco Umberto Maria Giardini, già Moltheni. Alle chitarre ci sono Ugo Cappadonia, anche alla composizione musicale, e Gianluca Bartolo dei Pan del Diavolo. Al basso Paolo Narduzzo degli Universal Sex Arena e alla batteria Emanuele Alosi, dei La banda del Pozzo. Una band che affonda il suo suono e la sua poetica nei migliori anni 80 inglesi, mettendo in primo piano le chitarre “johnnymarriane” ma volendo anche “Housemartinsiane“, sicuramente con attitudine radicalmente vicina a quella post-new-wave che così tanto ci ha fatto godere all’epoca. Godimento malinconico, certo, visti i riferimenti, ma godimento puro.

Perché le dieci canzoni degli Stella Maris, come già era successo nelle precedenti vite artistiche di Umberto Maria Giardini, si trattasse di quella del passaggi di millennio a nome Moltheni, quella fugace dei Pineda e quella recente col proprio nome anagrafico, sono piccoli gioielli che meriterebbero tutta l’attenzione di cui abbiamo disposizione.

In un periodo che sta andando a saccheggiare quanto di peggio la decade della Milano da bere ci ha regalato, con un ritorno imperante di suoni sintetici e una vacuità compiaciuta nei testi, ecco che Giardini e Cappadonia decidono di rimettere al centro della scena le chitarre e testi che affrontano con solo apparente leggerezza il mondo dei sentimenti e dei turbamenti dell’anima, tipici della giovinezza, ma sempre validi anche in età adulta, regalandoci non solo canzoni perfette, ma anche parole che andrebbero scritte da qualche parte solo per il gusto, poi, di rileggersele prima di andare a dormire, tanto per poterci affacciare al mondo dei sogni forti di immagini auliche.
Prendete l’introduttiva L’umanità indotta, che già dal titolo esprime una letterarietà altra rispetto alla tipica produzione italica.

Quando su un tappeto di chitarre albioniche, sicuramente debitrici anche nei confronti di Norman Black e Raymond McGinlay, vedi alla voce Teenage Fanclub, e su una ritmica compatta e martellante arriva la voce melanconica e cristallina di Giardini a cantarci “Che vuoi che me ne importi della vitamina C/ I miei vent’anni hanno un grande panorama/ Non prendo l’ascensore/ Nemmeno quando scendo all’interrato del tuo cuore” per poi proseguire con un morrisseyano “Non mi diverte andare bene a scuola/ Non mi disturba la tua eterosessualità/ Eppure cerco quello che chiamano amore/ Lo intravedo dentro all’officina dell’umanità” ci si scioglie il cuore. Un cuore che, probabilmente, neanche ricordavamo più di avere, o che quantomeno non era da tempo stimolato da canzoni.
Come del resto succede in tutte le tracce di questo lavoro praticamente perfetto, con picchi altissimi come la ballata Quella primavera silenziosa, forte di versi come “E arrivò maggio mentre eravamo bloccati/ Sulla via Emilia Levante coi piedi sudati/ La primavera baciandoci il collo capovolse le sorti del mondo/ E ci ingannò con il cambio dell’ora legale”.

Lirismo che Giardini già ci ha donato nel corso di una quasi ventennale carriera, spesso gestita sottotraccia, magari per un carattere difficile, ostile e antisistemico (si vedano tanto la sua querelle con J-Ax e il mondo dei talent quanto la netta presa di distanze dal mondo dell’underground ai tempi dell’abbandono delle scene come Moltheni). O semplicemente per quell’essere anarchico così tipicamente marchigiano (verso come “Nella vendetta provo piacere/ come nel bere”, contenute sempre in Quella primavera silenziosa andrebbero assurte a slogan della regione).

Lirismo che lo pone, con artisti quali Paolo Benvegnù, già leader degli Scisma, e Francesco Di Bella, un tempo coi 24 Grana, in una sorta di empireo del cantautorato indipendente, artisti che andrebbero tutelati come i panda da chiunque abbia a cuore il futuro della musica d’autore. Perché in questi quasi venti anni di musica, quantomeno di musica pubblicata, Umberto Maria Giardini ha dato alla nostra cultura popolare ben più di quanto non abbia ricevuto. L’esordio come Moltheni con l’album Natura in replay, era già di grandissimo spessore. Brani come Circuito affascinante, In centro all’orgoglio, Magnete e Argento e piombo ce lo mostrarono subito come una voce originale e importante, sia da un punto di vista puramente vocale che da quello della scrittura. Chiaramente la miopia della critica di casa nostra, essendo lui stato scoperto e pubblicato da Francesco Virlinzi, creò questo stupido parallelo con la giovane Carmen Consoli, a sua volta scoperta e prodotta dal talent scout siciliano, dando vita a un antipatico dualismo che nulla di buono ha portato a entrambi.

Dopo buoni risultati di critica e di vendita, con tanto di passaggio al Festival di Sanremo con Nutriente, accompagnato da Manuel Agnelli ed Emidio Clementi dei Massimo Volume, Moltheni dal vivo dimostra di avere nella sua faretra frecce decisamente più rock, presentando anche primizie come Marilena, mai incise in seguito. E decisamente più rock è in effetti la seconda prova su disco, Fiducia nel nulla migliore. Le chitarre si ispessiscono, la penna risulta sempre ispirata anche se in alcuni brani risulta racchiusa in se stessa, in posizione fetale. Brani come Curami Deus, Zona monumentale, Il bowling o il sesso? e E poi vienimi a dire che questo amore non è grande come tutto il cielo sopra di noi (titolo che da solo vale l’acquisto del cd) attestano, sempre che ce ne fosse bisogno, uno stato di grazia che però al momento non trova adeguato riscontro di pubblico né di critica.

Moltheni non assomiglia più alla cantantessa, ma a certo rock alla Afterhours. Poco conta che all’epoca sia Agnelli a essersi trasferito a Bologna in cerca di ispirazione, non viceversa. Moltheni è Moltheni, un cantautore prestato al rock, allora come oggi, anche se lui negherebbe a gran voce. Le storie che racconta hanno cittadinanza letteraria, allora come oggi. Versi come questi non necessitano didascalie: “E non c’è più volontà nel ritornare leali/ Come quando eravamo bambini/ Ti giuro io sono ancora uguale/ E non c’è più volontà, dammi da bere/ Come quando eravamo a Milano a guardarci le vene”. Letteratura, appunto.

Nel mentre Francesco Virlinzi muore, lasciando orfano di sé la discografia tutta, e Moltheni nello specifico. Per poter riascoltare il cantautore toccherà aspettare quattro anni, il tempo di rescindere il contratto con la major.
A ripresentarcelo è un’opera ancora più ostica della precedente, Splendore terrore, uscito per l’etichetta dei Tre Allegri Ragazzi Morti, La Tempesta Dischi. L’album è volutamente difficile, in parte strumentale, introspettivo, quasi autistico. Al suo interno, però, una delle più belle canzoni di Moltheni/Umberto Maria Giardini: In porpora, non a caso ripresa in seguito nell’ultimo album di inediti di questa prima fase della sua carriera. “Demone io, demone tu/ Quale virtù ci tocca/ Grazia e lealtà marcite che produrrò oro/ Continua scegliendoti un Dio/ Nel danno che cancellò il mio/ Perché quello che fai non basta mai a me”.

Moltheni lascia momentaneamente le sonorità spigolose della precedente prova, guardando a certo cantautorato acustico di matrice scandinava, che nell’opera successiva trova la sua compiuta epifania. Toilette memoria è un album decisamente maturo, sicuramente meno ansiogeno dei precedenti, sia nei testi che nei suoni. Ospite d’eccezione Franco Battiato, che a sua volta l’ha voluto nel suo film Perdutoamor, sia in veste di attore che di cantante per la colonna sonora. Nel 2007 esce l’Ep Io non sono come te, altro passo deciso verso i suoni acustici e nordici e l’anno successivo I segreti del corallo, ultimo album di inediti a nome Moltheni. Vita rubina, Gli anni del malto e Corallo, oltre a una versione meno minimale di In porpora sono i picchi verso l’alto di un lavoro che è praticamente sempre alto.

Ma qualcosa si rompe. Moltheni decide di non voler più avere a che fare con il mondo nel quale si è mosso per un decennio, dopo che già aveva rotto col mainstream. Così con una intervista ruvidissima prende le distanze dall’underground, e dopo la pubblicazione di Ingrediente novus lascia le scene, almeno in apparenza. Nonostante la presenza al suo fianco di Vasco Brondi de Le luci della centrale elettrica Moltheni, ancora si chiama così, dichiara: «La scena indipendente non è migliore della sinistra italiana. Rivendica di stare dalla parte dei giusti, ma nella realtà non è cosi. Tutti gli artisti della scena alternativa italiana che credono di essere immacolati sono gonfi di narcisismo e pochezza… ». Bye bye tristezza. Addio underground.

Da qui comincia la breve parentesi Pineda, in cui il nostro siede dietro i tamburi e le pelli. Ma Umberto Maria Giardini è un cantante e cantare, nonostante sia il Subbuteo la sua vera passione, è una urgenza cui non sa resistere. Così tempo un anno ed ecco che, sempre per La Tempesta Dischi esce l’esordio a nome Umberto Maria Giardini, La dieta dell’imperatrice. Neanche tre anni dall’abbandono come solista e ritroviamo l’artista marchigiano, bolognese d’adozione, mettere in mostra la sua malinconica poesia in una serie di ballate intrise, però, di tic elettrici pronti a esplodere. Titoli come Il desiderio preso per la coda, L’ultimo venerdì dell’umanità, Genesi e mail nascondono a stento una vena letteraria che torna a farsi sentire forte, nonostante il nostro rivendichi una primogenitura della musica sulle parole. Del resto i titoli sono sempre stati un punto di forza del nostro, anche quando si firmava Moltheni.

Il circuito affascinante, Preponderante ma del tutto inefficace, In centro all’orgoglio, Flagello e amore, Fiducia in un nulla migliore, Il bowling o il sesso?, E poi vienimi a dire che questo amore non è grande come tutto il cielo sopra di noi, Gli occhi di Mara Cagol, Tutta la bellezza dell’istinto materno degli animali, L’amore d’alloro, Vita rubina, Che il destino possa riunire ciò che il mare ha separato, La fine della discografia italiana, Nell’illusione di te, Pregando gli alberi in un ottobre da non dimenticare, A volte le cose vanno in una direzione opposta a quella che pensavi. Uno li legge e prova un senso di vertigine, come di fronte a chi ci mostra la bellezza.

Bellezza che in effetti è presente in tutta la nuova carriera giardiniana, quindi nel successivo EP Ognuno di noi è un po’ Anticristo come nel successivo Protestantesima. Ecco, la canzone eponima del secondo album a nome Umberto Maria Giardini è una sorta di svisata sulla poetica dell’artista marchigiano. Brano dall’incedere epico, qui le chitarre si sposano perfettamente col pianoforte, lasciando poi il campo di gioco a quest’ultimo in quasi la totalità del nuovo lavoro, a volte aprendo alle tastiere, o agli archi, ma quasi mai appoggiando sulle sei corde. Resta invariato, invece, lo stile lirico, con una narrazione che procede per immagini, a volte anche immagini particolarmente criptiche seppur suggestive. Il romanticismo di fondo dell’artista, quello stesso romanticismo che ha fatto da fil rouge di tutta la produzione accompagnandone la crescita e la maturità, si è sempre sposato con le sue sperimentazioni musicali, da quelle più altpop degli esordi a quelle più dure della seconda prova, via via, passando per le fasi acustiche e quelle equilibrate delle ultime prove. Fino a trovare, oggi, una maturità pacifica e in parte rassicurante. La doppietta sparata nel 2017, Futuro proximo, a nome proprio, e Stella Maris, con la band, ci mostrano uno stato di grazia raro nella nostra discografia, e una poesia in grado di guarda agli anni della maturità come alla passata adolescenza con empatia, senza indugiare nella sdolcinatezza ma certamente senza nascondere i sentimenti.

Umberto Maria Giardini è un bene da preservare. Uno in grado di reggere il confronto con un Morrissey o un Robert Smith, ascoltate i testi di Stella Maris o della recentissima Il giorno che muore per credere.
Uscire dagli anni 80 è quindi possibile, e soprattutto è possibile uscirne vivi e vegeti.
Visto che a lungo si è parlato di liriche, chiudiamo citando i primi versi di Vita rubina: “L’altra notte mentre uscivo fuori dalla discoteca/ mi è passata a quattro metri la mia vita/ Camminava col bicchiere e un vestito nero/ mi ha guardato, ma non mi ha cagato/ La conosco bene è in collera con me/ mi rimprovera le cose che non ho potuto fare/ Mi rimprovera parole che non ho potuto dire/ che mi avrebbero cambiato in meglio insieme a lei”. Adesso provate a fare a meno di tanta bellezza, se potete.