San Valentino e l’amore ai tempi dell’indie italiano

Com'è cambiata la canzone d'amore italiana? Dieci brani con cui raccontare i sentimenti nell'era di Tinder, dei like e della paura dei legami, tra Calcutta, Thegiornalisti e le voci del nuovo cantautorato.

Fra le innumerevoli ricorrenze, quella di oggi è una delle più scomode: odiata, celebrata, scansata ma comunque avvertita. Infiniti e opposti sono i tentativi di stabilirsi dentro questa data, tra chi giustifica il rigetto con antitesi ‘socialiste’ – “San Valentino è una follia consumista!” – e chi, al contrario, procede alla soluzione dopo interminabili e sistematici calcoli, elucubrando sul rapporto costo cena/serata/risultato a seconda delle variabili messe in campo di volta in volta. Oggi è il giorno in cui, inoltre, si celebra il soggetto più abusato nella musica, di cui incalcolabili sono i ritratti.

La canzone italiana, tuttavia, offre forse esempi ineguagliabili, alcuni quasi capaci di compiere l’impresa perennemente incompiuta di immobilizzare il sentimento dentro le parole. De Andrè consegnava la propria poesia ai fiori – sbocciati e poi appassiti di Canzone Dell’Amore PerdutoBattiato alla dimensione atemporale de La Cura controparte della fisicità dei Ritorni di Battisti. E ancora, l’amore viscerale e impenetrabile cantato dall’alternative, dalla pelle Bianca come la luce degli Afterhours alla carnalità de La Canzone che scrivo per te dei Marlene Kuntz.

Un ritratto dalle linee necessariamente ‘aperte’ quello dell’amore, dove la canzone ‘tradizionale’ rimaneva in bilico nella parola liberata dalla figura retorica, misteriosa quindi capace di assimilarsi quanto più possibile al mistero del sentimento, nelle sue prescrizioni come nei suoi effetti collaterali. Nella canzone di oggi, invece, dove il verso volatile è stato trascinato a terra per paura che si perda nel futuro – nuova musa del cantautorato attuale – gli esempi sono diventati altri. Se lo sfondo delle note rimane l’incertezza, ora è quella di chi racconta un amore diventato parte di una nube quotidiana di possibili passi falsi. Prendiamo quindi dieci voci, dieci modi in cui cantare l’amore 2.0, spogliato da ogni allusione, forse banalizzato, ma di un banale trasformato in specchio in cui è più facile ritrarsi.

“Fatto di Te” di Thegiornalisti

“Oh ciao Matilde, è tardissimo”, inizia con un messaggio vocale l’inno all’amore di Tommasone Paradiso, il cantautore che nell’impaccio della confessione spiattellata a un cellulare la domenica notte – “una tragedia/ non riesco andare a dormire” – con i suoi Thegiornalisti ha fondato il proprio status symbol, dove l’insicurezza si fonde con la tristezza e con la quinta Tennent’s della serata.

“Del Verde” di Calcutta

L’amore ai tempi del precariato, quando il posto fisso – o almeno il suo concetto – fa paura. L’amore fuorisede, dove è lecito sognare di essere ovunque – tra spiagge di Sardegna o città più belle del mondo –, dove l’ironia amara è solo un preambolo al desiderio di vedersi almeno un’altra volta, anche solo per una notte. E che importa se non hai i soldi per i biglietti del treno, mi avanza qualcosa, te li presto io, dice Calcutta.

“Questo nostro grande amore” di I Cani

Nell’album in cui Niccolò Contessa de I Cani canta di un amore siderale, lontano come i satelliti di Aurora, lontano dalle leggi della fisica negli spazi di Calabi-Yau, tanto distante quanto freddo e confinato al digitale, spunta la glorificazione dell’amore santificato da Instagram. “Dovremmo monetizzare questo nostro grande amore”, un piano business che diventa sinonimo della promessa, di una passione talmente impervia da ribaltare le sorti della crisi economica, Cerbero della generazione dei “7000 mi piace”.

“La musica non c’è” di Coez

I tempi della poesia consegnata di nascosto sono finiti, basta con il crogiolarsi in tautologie ripetute fino alla nausea in cui marinare versi scopiazzati a Prévert. Nell’amore via sms, dell’era Tinder e affini, per Coez le parole semplicemente non ci sono, non arrivano, si confondono in “una scuola di danza nello stomaco”. Lo volevamo entrambi, ma non c’è tempo, è tardi per ballare senza musica, “meglio se ora vai”.

“Niente di speciale” di Lo Stato Sociale

È l’alba dei trent’anni per Lo Stato Sociale, la paura di crescere incombe e lo stesso vale per il terrore di ammettere di essere cresciuti, nascondendosi insieme, lontano dagli occhi del mondo, confinati in 35mq. Sognarsi in un ufficio reclami perché, alla fine, l’intimità segreta è il non avere niente di speciale in un mondo in cui tutti si travestono “da ballerine e da nani”. La normalità oggi è un errore? Forse sarà così, ma almeno questo errore facciamolo insieme.

“Noccioline” di Carl Brave x Franco 126

Sconfiggere la lotta di classe in Sempre in due – il Campari contro l’oliva nel Manhattan – a Carl Brave x Franco 126 non serve a nulla se poi la rosa rossa è quella del “vucumprà”, se la cena romantica sono “tre bire” e Noccioline. La serata parte male bestemmiando contro un bancomat, ma almeno che la partita si giochi in casa, nel bar dove il coraggio liquido si compra a credito per trovare le parole anche se “lei mi rimbalza come l’acqua sul cucchiaio”.

“Il Tuo Vestito Bianco” di Giorgio Poi

Qui si mette in musica la generazione che evita i legami come la peste, quando ad un passo avanti corrisponde una reazione uguale e contraria: “tu che hai avuto un po’ da fare ti si è rotto pure il cellulare, che forse hai avuto un po’ paura, la febbre la sessione d’esame”. Nel brano di Giorgio Poi il sesso diventa un passa tempo di cui vergognarsi, nascondendosi dietro risate forzate e silenzi per poi, forse, tornare sui passi di una notte.

“Hai visto mai” di Frah Quintale

La festa sembra la stessa cui si era autoinvitata Levante, a casa di Alfonso, ma la prospettiva sugli presenti qui è ancora più angusta. Come in Frank di Lenny Abrahamson, qui Frah Quintale è talmente fuori contesto da perdere il suo testone di cartapesta pur di fare colpo sulla sua bella – “chi ha perso tutto pur di essere alla tua altezza, e ora balla senza testa al centro della tua festa”. La missione è impossibile, era chiaro fin dall’inizio.

“Secchio” di Pop X

Fuggire dalla razionalità del rapporto ad ogni costo, anche infrangendo le barriere logiche del linguaggio, dove le immagini eccedono qualsiasi tentativo di definizione, perché la metafora poetica qui non c’entra nulla. Un inno dadaista quello dei Pop X, gonfio di un sentimento talmente imponente da esplodere in un caleidoscopio balbuziente e convulso, di risatine sommesse e isterismi improvvisi trascinati in mezzo a un pianto incontrollabile, “come un secchio d’acqua”.

“Quanto eri bello” di Maria Antonietta

Finalmente una quota rosa in mezzo a questo oceano di equilibristi del testosterone, insicuri se non immersi in una piscina di Campari. Finalmente una voce femminile, che è tempo di par condicio anche a San Valentino. Tuttavia, cambiando l’ordine degli addendi, il risultato non cambia. Il minimo comune denominatore, nella nostalgia dell’adolescenza musicata dai Wilco, rimane la solitudine. Si può essere “felice ad ogni costo” con il sesso occasionale? E con il Martini e aspirina? Forse no, e per Maria Antonietta il rimpianto del non detto rimane nella stanza, insieme a un altro uomo “che non è te”.

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