Robert Glasper: «Vogliono uccidere il jazz»

Arriva in tour in Italia uno tra i più brillanti autori della nuova scena black, che mescola ispirazioni classiche al mondo hip hop, tra Miles Davis e Kendrick Lamar
Robert Glasper

Robert Glasper, cuffietta calata sulla testa e stuzzicadenti sempre in bocca (ma portato con più disinvoltura di quanto immaginiate) è una delle star del jazz contemporaneo. Ma star non è esattamente la parola che più si addice a questo sorridente ragazzone che probabilmente è accreditato dentro i vostri dischi rap preferiti (da Kendrick Lamar in giù).

Con una gran voglia di chiacchierare, prima del suo arrivo in Italia: assieme al suo progetto Robert Glasper Experiment suonerà in sei date estive, il 27 luglio al Carroponte di Milano, il 28 all’Auditorium Horszowski a Monforte (Cn), il 29 al Verucchio Festival, il 30 al Locus Festival di Locorotondo (Ba), il 31 al Gaeta Jazz Festival e il 2 agosto a Cimitile (Na) per il Pomigliano Jazz. Spettacoli che spaziano dall’improvvisazione jazz a incursioni nel mondo pop: «Il jazz è così, è uno state of mind, è una filosofia. Penso che sia un genere unico, che raccoglie tante variazioni: il latin jazz, il trip jazz, this jazz, that jazz… Non puoi incasellarlo, può prendere qualsiasi direzione».

E per questo motivo, spesso quello che fa viene visto dall’establishment del jazz come troppo libero, troppo rivoluzionario. «Ma è la sua natura!», risponde. «La tradizione del jazz è proprio continuare a cambiare, bisogna lasciarlo libero. In troppi vogliono che sia sempre uguale a se stesso, ma non si rendono conto che è arrivato fino a noi cambiando a ogni decennio».

Glasper questo lo sa bene, visto che è il primo a non stare mai fermo: l’anno scorso ha pubblicato Everything’s Beautiful, una rielaborazione/tributo ai pezzi di Miles Davis, e ArtScience, il nuovo disco del suo Experiment. E di recente ha annunciato la sua partecipazione al disco d’esordio dei Pollyseeds, un super gruppo rap fondato dal produttore Terrace Martin (Snoop Dogg, Stevie Wonder e altri), che comprende anche un altro nome in ascesa del nuovo movimento jazz, Kamasi Washington.

«Mi piace lavorare con chi è onesto, chi è sincero, e penso che il jazz debba essere proprio questo: suonare la propria vita. Alcuni non sanno come fare, perché è una cosa che non ti insegnano a scuola: lì cercano di farti diventare un robot, un esecutore. Ma così puoi solo suonare nei caffè! È essenziale viverlo a fondo, in prima persona. Se non fai così, non è utile a nessuno. Anche perché i più anziani, l’establishment, vorrebbero ucciderlo per studiarlo, per poterlo analizzare in un libro, e dire “L’abbiamo fermato”».