Queen, sul palco di Bologna va in scena la leggenda

Adam Lambert fa di tutto per rendere omaggio a Freddie Mercury, mentre Taylor e May sembrano tornati quelli di sempre

«Esiste solo un dio del rock, Freddie Mercury. Voi ed io siamo qui insieme stasera per celebrare Freddie e i Queen». Adam Lambert fa di tutto per onorare il compito impossibile che svolge ormai da cinque anni.

Lo show Queen + Adam Lambert è arrivato alla Unipol Arena di Casalecchio di Reno (Bologna) per l’unico concerto italiano di questa versione della band di Freddie Mercury trasformata in “Queen Experience” dalla presenza di un cantante americano uscito da un talent show. Brian May saluta il pubblico e dice: «È un peccato che in questo tour ci sia solo un concerto in Italia, perché voi siete veramente i nostri fan più pazzi. Ma ci rivedremo ancora». È la dimensione eterna a dare identità ad uno spettacolo perfezionato e reso impeccabile nei meccanismi scenici dalle 26 date fatte nell’estate 2017 tra Stati Uniti e Canada (dopo quelle in Asia del settembre 2016).

La Queen Experience è diventata un fenomeno globale che non ha limiti di tempo e di spazio, e riesce in un certo senso a trascendere la missione stessa dei Queen originali. Freddie Mercury è stato un’artista indefinibile e senza confini, capace di assorbire ed elaborare influenze artistiche e culturali diverse (la cultura indiana, l’estetica giapponese, l’hard rock britannico anni ‘70, l’opera lirica, il pop anni ’80) e di trasformarli in un prodotto musicale perfetto, in equilibrio tra suono rock e spirito pop, capace di raggiungere ogni tipo di pubblico in decenni diversi.

I Queen + Adam Lambert vanno oltre: trionfano in Australia, o negli stessi Stati Uniti dove Freddie aveva smesso di esibirsi dal tour di Hot Space nel 1982, possono fare dal vivo ogni pezzo della discografia dei Queen pescando a caso nel serbatoio di emozioni del proprio pubblico (per esempio rifanno la sequenza I’m In Love With My Car / Get Down Make Love esattamente come nell’album dal vivo Live Killers, uno dei preferiti in assoluto dai fan), vanno avanti ed indietro nel tempo da Killer Queen a I Want It All (che Freddie non ha mai potuto cantare dal vivo), possono affidarsi ad Adam Lambert che è esagerato, ha solo un registro vocale altissimo e potente ma privo della varietà e dell’autenticità dell’inarrivabile Freddie, ma permette alla band di mantenere un livello di spettacolo che altrimenti oggi sarebbe impossibile.

Freddie Mercury lo aveva detto chiaramente: «Non so se potrò andare avanti per sempre ad esibirmi in questo modo». Non avrebbe mai voluto sembrare ridicolo sul palco. C’era però da portare avanti un patrimonio collettivo di canzoni amate da tutti (tra il pubblico del concerto di Bologna ci sono almeno tre generazioni), secondo la missione che Brian May ha dichiarato da subito: «La gente vuole ascoltare le canzoni dei Queen e noi continueremo a suonarle». Il risultato era un paradosso che avrebbe potuto mettere la parola fine alla band. La soluzione è arrivata da Adam Lambert, ma soprattutto dal livello tecnico e di presenza di un Roger Taylor in grande forma e di un Brian May sublime e perfetto in ogni nota, che permette ai Queen di raggiungere una dimensione eterna anche dal vivo.

Non a caso i punti più forti del concerto sono proprio quando May e Taylor si prendono la scena: Fat Bottomed Girls, Under Pressure, I’m in Love With My Car, il momento in cui si spostano nel palco più piccolo in mezzo al pubblico per eseguire Crazy Little Thing Called Love, Somebody to Love, I Want to Break Free, il drum solo di Roger Taylor e il saggio di tecnica di Brian May che sospeso tra le stelle della scenografia fonde il suo guitar solo con il pezzo strumentale solista Lost Horizon.

I Queen hanno alcuni elementi molto precisi da celebrare e portare avanti: una tecnica musicale di livello superiore, il senso dell’intrattenimento e il rapporto di affetto incondizionato con il proprio pubblico, e nella versione Queen + Adam Lambert lo fanno bene. Il concerto è un continuo passaggio tra una dimensione irreale, nostalgica, praticamente onirica e la realtà. Questo spettacolo, in fondo, è un sogno: siamo tutti qui, Adam Lambert compreso, per immaginare di essere ad un concerto dei Queen e cantare quelle canzoni indimenticabili, da Bohemian Rhapsody a Radio Gaga a Don’t Stop Me Now. Ogni elemento contribuisce a crearne i confini sfumati: l’interpretazione sopra le righe di Adam Lambert, le apparizioni virtuali di Freddie Mercury sugli schermi, gli effetti scenici, le scenografie ispirate all’artwork dell’album News of the World uscito 40 anni fa.

Ma sono May e Taylor con le loro fondamenta musicali solidissime a rendere questo sogno verosimile. È la realizzazione di uno degli obiettivi principali di uno show rock: staccarci completamente dalla realtà per due ore. E quando tutto finisce con We Are the Champions, non si può fare a meno di essere d’accordo con Brian May, che ha sempre detto: «A Freddie sarebbe piaciuto».

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