Quando Paul McCartney e Elvis Costello facevano i Beatles

«Scrivevamo canzoni con lo stesso metodo che usavamo io e John» ha detto Sir Macca ricordando le registrazioni della loro collaborazione, l'album ‘Flower In The Dirt’

Per Paul McCartney, attualmente impegnato con il suo nuovo tour mondiale, dev’essere stato come un déjà-vu. Immaginatelo seduto di fronte a un musicista dalla voce graffiante, anche questo originario di Liverpool, mentre armati di chitarra si completano a vicenda strofe e spunti musicali, cantando in perfetta armonia. «Scrivevamo canzoni con lo stesso metodo che usavamo io e John», ricorda McCartney a proposito della sua mitica collaborazione con Elvis Costello alla fine degli anni ’80. «In un certo senso, credo che lui cercasse di essere John, in quel momento. Era positivo e negativo al tempo stesso: una persona fantastica con cui scrivere canzoni, un grande artista con cui confrontarmi. Ma in fondo, per me, lo scopo di quel progetto era fare qualcosa che non sembrasse troppo “beatlesiano”».

Quelle sessioni di registrazione nel rustico Hog Hill Mill Studio di McCartney, nel Sussex inglese, erano destinate a produrre le canzoni di Flowers in the Dirt, l’album del 1989 che è uno dei punti più alti del decennio dell’ex Beatle. Quattro canzoni, tra cui il giocoso duetto You Want Her Too, finirono su quel disco, altre due sull’album successivo di McCartney (Off the Ground, del 1993), e le restanti sui futuri lavori di Costello – tra cui il singolo di successo Veronica.

Ma, come rivela la recente ristampa in cofanetto di Flowers in the Dirt, le tracce di quella collaborazione – ruvide demo acustiche (a lungo circolate tra i fan come venerati bootleg) e, in fase più avanzata, versioni complete insieme alla band – emergono come il racconto straordinario di una partnership forse troppo perfetta per durare a lungo. «Con questo album siamo progrediti entrambi», dice McCartney, che è comunque orgoglioso delle altre tracce di Flowers, come Rough Ride, un inaspettato blues-funk prodotto da Trevor Horn. «È il disco migliore che io e Costello potessimo realizzare. Nessuno di noi ha mai immaginato un Lennon-McCartney, atto secondo».

Tuttavia, come ricorda Costello: «Il piano iniziale era quello di lavorare alle sessioni di registrazione insieme, addirittura di co-produrle». (Costello sostiene di non avere avuto alcuna intenzione di imitare Lennon, anche se aver imparato a cantare le armonie sui dischi dei Beatles ha inevitabilmente influenzato la scelta delle sue parti vocali). Ma McCartney, determinato a pubblicare un album degno del suo primo tour solista dopo gli Wings, finì per arruolare in Flowers una vasta schiera di collaboratori e produttori illustri (tra cui David Gilmour) e il risultato sono canzoni come My Brave Face – cruda e beatlesiana nella prima versione, curiosamente un po’ reggae in quella successiva – che Costello definisce «produzioni sontuose, molto elaborate».

Secondo McCartney «la maggiore energia delle prime registrazioni, in molti casi, è innegabile. È il motivo per cui volevamo pubblicare questo cofanetto: è destinato ai fan che non comprano i bootleg». A spiccare è la sua straordinaria prova vocale nella demo di The Lovers That Never Were. «Era evidente a tutti che stavamo facendo qualcosa di buono», ricorda Costello, che in quella canzone suona il piano sopra alla chitarra di McCartney: «Difficile ripetere un’esecuzione migliore di quella».

Costello è stato felice di scoprire che McCartney aveva intenzione di recuperare i frutti della loro collaborazione perduta. «Nell’elenco dei collaboratori di McCartney», fa notare con una risata, «sono quello che sta tra Michael Jackson e Kanye West & Rihanna. Chi l’avrebbe detto? È uno di quegli aneddoti pop con cui una persona può vincere le scommesse».

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