Post Malone, il cowboy dell’hip-hop

Ha 22 anni ed è in vetta a tutte le classifiche. Lo incontriamo a casa sua, tra armi, Xbox e scie chimiche

Foto Diwang Valdez


Ieri sera è uscito il nuovo Call of Duty e Post Malone era così esaltato che si è piazzato davanti alla sua Xbox fino alle sei del mattino. Adesso sono le quattro del pomeriggio ed è ancora lì. È un venerdì di sole nella zona residenziale di Tarzana, fuori Los Angeles, ma le tende sono chiuse. Deve tenere fuori la luce, dice Malone, perché il suo proiettore che spara le immagini del videogioco sul muro è sensibile al riflesso.

Malone ha solo 22 anni, ma è già uno dei musicisti più famosi d’America. Il suo singolo Rockstar, registrato con 21 Savage, è stato al numero uno in classifica per quattro settimane. È una celebrazione dell’edonismo più sfrenato (“Vado a letto con le puttane e butto giù pillole, amico / Mi sento come se fossi una rockstar”) che sfocia nel fatalismo. La base musicale è rarefatta e gelida, e le due rockstar alle quali Malone si paragona nel testo, Bon Scott e Jim Morrison, sono morte giovani.

Le prove del successo sono sparse ovunque. In soggiorno, ammassate sul pavimento di marmo bianco, ci sono le targhe di platino che celebrano i suoi singoli. Sono la seconda cosa più esagerata dopo l’enorme ritratto in cui Malone è raffigurato come un centauro con in mano una bandiera americana in mezzo a un paesaggio disseminato di lattine di birra vuote.
Malone è seduto su un divano di pelle bianco. È scalzo, indossa una tuta nera e una maglietta oversize macchiata di cibo. Ha appena finito un tour di due mesi: «Molto stancante, ma è sempre bello incontrare i fan. Ad Halloween alcuni si sono presentati travestiti da me. È facile, basta sembrare un senzatetto».

In cucina ci sono i membri del suo entourage. C’è anche una bottiglia da due litri di Grey Goose quasi vuota e un forte odore di detersivo Spic and Span alla lavanda, sempre a portata di mano perché Branson, il suo Bulldog francese, continua a «pisciare e spuzzare sul pavimento». «Settimana prossima ti tagliano le palle, meglio che ti sfoghi adesso perché hai i giorni contati!», gli dice Malone accarezzandolo.

C’è anche una copia della rivista Guns&Ammo. Mi ha detto che vorrebbe portarmi al poligono più tardi, una cosa che fa spesso. «Adoro sparare, è una sensazione inebriante». Alla fine decide che oggi non ha voglia di uscire, «ma posso farti vedere una cosa», mi dice aprendo una cabina armadio in cui ha ammassato una sconcertante quantità di armi. «Questo è un M14, l’arma dei Navy SEAL», mi dice. Mi mette in mano una Walther PPK, «la pistola di James Bond», con la canna decorata, poi una Desert Eagle .44 e una M1911, e infine due Glock placcate in oro: «Con queste non ho mai sparato». L’ultimo pezzo è un fucile d’assalto AR-15 Cobalt modificato per non violare le leggi californiane, di cui va molto fiero: «Sembra uscito da Halo, vero?».

Foto Diwang Valdez

Spegne la sigaretta in bagno e poi entra nella camera da letto che divide con la fidanzata di sempre, Ashlen. Sul pavimento c’è un fucile a pompa Mossberg: «Perfetto per la difesa personale». Dietro a un cuscino c’è una pistola FN Five-SeveN, dietro all’altro una Glock 19: «Questa è per Ashlen, è molto facile da usare». Non posso fare a meno di esclamare “Merda”, mentre mi chiedo: perché Post Malone tiene in casa tutte queste armi? «Sono divertenti, sono pratiche e può sempre succedere qualcosa di brutto», risponde, «se mi fai del male, io reagisco». È mai stato minacciato? «La minaccia è essere un personaggio pubblico. Possiedo molte cose di valore, ho amici che voglio proteggere».

E ancora: «Il mondo sta andando in merda. Ci stanno portando via i nostri diritti. Alla Casa Bianca succedono cose strane. Non mi piace Trump, ma non è solo lui. Sta per accadere qualcosa». Sono passate poche settimane dal massacro di Las Vegas: «È una cosa che ha sconvolto tutti, ma possedere un’arma è un diritto americano. Fa schifo pensare di avere paura di andare a un concerto, ma le persone cattive ci saranno sempre, e se vogliono un’arma riusciranno comunque a procurarsela».

Non mi aspettavo di discutere il tema della diffusione delle armi con Post Malone. Ho letto che l’assassino di Las Vegas ha usato uno strumento chiamato “bump stock” per trasformare il suo fucile in un mitra: mi riesce difficile capire perché qualcuno dovrebbe volere un’arma del genere. Malone ci pensa: «Non lo so… far vedere agli amici quanto sei bravo al poligono? Non ho tutte le risposte, sto solo cercando di fare carriera, prendere i soldi e andarmene».

Malone ha coltivato l’immagine di uno a cui piace divertirsi, ma fin dai tempi del primo singolo White Iverson nella sua musica si sente una sfumatura dark. Lui annuisce: «Ho sempre avuto un senso di solitudine, sono sempre stato ansioso». Si tocca la testa e ride: «Troppo cervello, troppi pensieri». Anche quando sei al vertice delle classifiche, dice, «è facile sentirsi isolati e non provare niente». Non che abbia smesso di divertirsi. Quando il singolo Rockstar è arrivato al numero uno ha festeggiato con Ashlen con una cena spettacolare da Olive Garden (una catena di ristoranti italo-americani, ndr): «Adoro Olive Garden». Ha anche accumulato una stravagante collezione di mocassini. Parcheggiata sul vialetto d’ingresso c’è una Rolls-Royce bianca scintillante. «Vuoi fare un giro?». È ancora scalzo. Mette in moto l’auto, preme un bottone e l’interno della RR si illumina di centinaia di piccole luci, come se fosse un planetario mobile. «Ti sto dando il servizio che offrirei a una figa», dice. «So che non è un bel messaggio, ma devo dire che questa auto è perfetta da guidare ubriaco. Ha anche il sistema di rilevamento dei pedoni». Tira fuori dal finestrino il piede nudo, e lascia che la brezza gli accarezzi le dita.

Post Malone è nato con il nome di Austin Post a Syracuse, New York. Quando aveva nove anni suo padre ha trovato lavoro presso la squadra di football dei Dallas Cowboys e ha trasferito la famiglia in Texas. Da ragazzino Austin trasforma la sua passione per il videogioco Guitar Hero in quella per la chitarra e dimostra da subito gusti musicali molto vari. Al liceo registra un mixtape hip hop intitolato Young and After Them Riches e intanto suona «in una band metal e in una band indie». Adora Hank Williams, A$AP Ferg, Biohazard e Father John Misty e dimostra un talento versatile. In rete girano video in cui fa una cover di Don’t Think Twice, It’s All Right di Bob Dylan con una tenerezza convincente, e una di Killing in the Name dei Rage Against the Machine con una ferocia altrettanto convincente.

I suoi compagni di classe lo hanno votato come “Lo studente con più probabilità di diventare famoso”. Una volta ha preso tutti gli 800 dollari che ha risparmiato lavorando in un posto chiamato Chicken Express e li ha bruciati tutti in un paio di mocassini Versace: «Ero un tipo strano».

Suona il campanello. È Jason Probst, un suo amico di Dallas che qualche anno fa è diventato un’improbabile micro-celebrità mettendo in rete video in cui gioca a Minecraft con i suoi amici. Probst si è trasferito nel 2014 sulla costa ovest, e ha affittato una casa a Encino insieme ad altri giocatori. Malone lo ha seguito, sperava che vivere vicino al music business gli desse qualche possibilità: «Dovevo fare qualcosa. Era quello o continuare a lavorare da Chicken Express». In un anno riesce a procurarsi qualche ora di registrazione gratis in uno studio, dove incontra il produttore FKi 1st, che decide di lavorare con lui su alcune tracce. Una di queste è White Iverson. È un successo immediato: Wiz Khalifa e Mac Miller lo appoggiano su Twitter e Malone firma un contratto con una major. Seguono sei singoli (tutti dischi di platino) e nel giro di poco tempo viene invitato in studio da Kanye West e Rick Rubin. Justin Bieber lo ha anche voluto come apertura dei suoi concerti. Gli chiedo di Bieber: «È un grande, un vero amico», risponde Malone, «ma ultimamente è diventato ultrareligioso, fa parte di una specie di setta». Si riferisce a Hillsong, una mega Chiesa evangelica pentecostale. «Gli ha già donato qualcosa come 10 milioni di dollari. Sono i peggiori. Un tempo anche io ero ultrareligioso, ma ora ho capito come funziona. Secondo me a Dio non interessa se la tua Chiesa ha un fottuto tetto ricoperto d’oro». Gli chiedo se ne ha mai parlato con Bieber. «Non parliamo di queste cose», risponde (una fonte vicina a Bieber nega che il cantante abbia donato 10 milioni di dollari a Hillsong, nda).

Secondo Malone «la distinzione tra i generi è una cosa stupida», quindi non vede nessuna contraddizione nel fare un pezzo con Bieber e poi uno con 21 Savage. Alcune differenze però sono più importanti di altre, ed essendo un bianco che ha avuto successo in un genere musicale nero è consapevole di essere considerato un estraneo.

Nel 2015 il conduttore radiofonico Charlamagne tha God gli ha chiesto, tra le altre cose, cosa stesse facendo per supportare il movimento Black Lives Matter. La sua risposta, ammette, è stata insufficiente: «Credo che l’unica cosa che posso fare per Black Lives Matter è continuare a fare musica… non so». Ripensandoci, oggi dice: «Avrei dovuto rispondere: “Tu cosa stai facendo?”. Dovevo dire qualcosa di sfacciato per farlo tacere. Per esempio che la mia musica non sarà la migliore del mondo, ma che so di essere una brava persona, quindi si stava comportando come un hater». Scuote la testa: «Charlamagne non è una brava persona, mi odia perché sono bianco e sono diverso. Ma sto continuando ad avere successo, quindi non può fare niente per fermarmi». Dico a Malone che secondo me, anche se è stato aggressivo, Charlamagne ha sollevato la questione dell’appropriazione della cultura nera da parte dei bianchi. Annuisce, ma dice che si è sentito il bersaglio di una forma di razzismo al contrario. «L’unica cosa importante è spingere verso l’uguaglianza. Soprattutto perché grazie al potere della musica possiamo eliminare i difetti del mondo, e renderlo un posto migliore».

Gli chiedo se guarda mai i telegiornali. «Seguo l’informazione alternativa, cose che la gente di solito non legge, tipo le teorie cospirazioniste. Ci sono un sacco di cose strane che succedono nel mondo e che non si possono spiegare. Scie chimiche e cose del genere». È ironico? «Dico davvero», risponde. «Esiste un’arma che ti provoca un attacco di cuore, e non riesci a capire la differenza». Sono le otto di sera, Malone rimane sul divano. Si sta godendo il riposo, dopo essere andato in tour e aver registrato il suo secondo album nello stesso periodo. L’album è quasi finito e conterrà collaborazioni con Nicki Minaj, Ty Dolla $ign, John Mayer e Tommy Lee. Non ha uno studio in casa per ora, ma pensa di costruirlo nella prossima, una proprietà di 1200 metri quadri e 3000 ettari nel nord dello Utah. Sarà un posto dove fare festa con gli amici («Voglio metterci 30 letti a castello») e dove rintanarsi con Ashlen a giocare alla XBox, girare in moto e sparare. «In Utah puoi fare quello che vuoi. Puoi comprare le armi e portarle in giro senza nasconderle. Puoi entrare in un negozio a fare la spesa con la tua pistola al fianco. Roba da veri cowboy», sorride, «non vedo l’ora».