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Perché chi vuol "sentire bene” continua a comprare i Pink Floyd

Sono il gruppo che ha trainato le vendite dei vinili nel 2014. Ecco perché chi ama l'alta definizione è costretto a tornare sempre sui loro dischi

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Lungo un Endless river, l’alta fedeltà è tornata al suo punto di partenza: i Pink Floyd. I dati dicono che l’ultimo album della storica band ha trainato le vendite dei vinili a una cifra che non si vedeva dal 1995: 1 milione e 300mila pezzi venduti nel 2014 nel Regno Unito, area cui fa capo l’intera industria discografica europea. Mettendo da parte i periodici (e un po’ stucchevoli) peana sulle rinnovate fortune del vecchio supporto, che comunque occupa una micronicchia del 2% del mercato britannico degli album (rispetto al 10% dello streaming) è il caso di valutare come, da The dark side of the moon (1973) a The endless river (2014, qui la nostra recensione), il mito della purezza del suono non abbia trovato, in fondo, altri paladini. Ed è buffo scoprire come sia i Pink Floyd che il vinile restino la vera costante dell’avventura dell’alta fedeltà. Il che dipende un po’ dalla tecnologia, e un po’ dalla musica.

Ascoltate “The endless river”, ultimo album dei Pink Floyd:

Cominciamo dalla seconda. Non mancano musicisti sotto i 40 anni che vale la pena di “sentire bene”. Ma è chiaro che il mercato oggi è dominato da rap e pop, generi che non promettono un’esperienza “espansa” a chi scelga di ascoltarli con impianti di livello superiore. In genere l’ascoltatore di questa musica usa auricolari – al massimo le cuffione alla Balotelli.

Adele e Beyoncé vendono cifre impressionanti in cd ed mp3, ma non dominano nella nicchia del vinile. D’altronde, a sostenere il mercato dell’hi-fi erano il rock, ovviamente la classica, il jazz, e anche il funky di un certo livello (la sezione fiati degli Earh, Wind & Fire poteva bastare a piazzare le casse acustiche più costose). Musicalmente gli strumenti elettronici erano degli sparring partner, non i protagonisti: voce, fiati e batterie (quelle vere) erano cruciali per la scelta dello stereo di alto livello.

Il vinile resiste perché non c’è un altro formato che soddisfi chi vuole “sentire bene”.

Così, è un po’ increscioso ma sintomatico che nei negozi dove si continuano a vendere sistemi sonori, gli album usati come test sono sempre gli stessi: The nightfly di Donald Fagen, Graceland di Paul Simon, il quarto di Peter Gabriel, Thriller di Michael Jackson, gli inevitabili Dire Straits (…e decisamente, NON i Rolling Stones). Ma soprattutto, The dark side of the moon, il primo album ad aver reso celebre il suo fonico (Alan Parsons). D’altra parte i Pink Floyd sono sempre stati i difensori della fede nel suono. «Siamo sempre stati per il surround», ha detto David Gilmour, «anche nei primi concerti, con Syd Barrett al mio posto, i ragazzi chiedevano di sistemare i diffusori in tutti gli angoli della sala». E solo i Floydiani sanno quante volte gli è stata venduta una nuova versione “definitiva”, ripulita, fedele, impeccabile di TDSOTM. La band d’altro canto ha sempre cercato in ogni modo possibile di enfatizzare questa reputazione, tentando anche (in The final cut) la strada dell’olofonia.

Ma qui arriviamo alla strana parabola della tecnologia, che paradossalmente è andata contro l’alta fedeltà. The dark side of the moon lanciò letteralmente in orbita il business della stereofonia, fu il disco giusto al momento giusto. Il settore della stereofonia è stato uno dei più floridi degli anni 70 e 80: l’ascoltatore medio investiva mediamente tanto in un suono impeccabile. Poi, dalla fine del secolo scorso, la gente ha iniziato a spendere soldi in tutti gli altri tipi di tecnologia, e possibilmente ad altissima definizione – ma per la musica il processo si è invertito. Il video è migliorato, nelle case gli schermi sono diventati sempre più grandi. L’audio è peggiorato, e nelle case gli impianti per diffondere musica sono diventati sempre più piccoli, se non invisibili.

Un momento delle registrazioni di “The Dark Side of the Moon” agli studi di Abbey Road (1972):

Quello che è successo è abbastanza noto: il formato mp3, adatto sostanzialmente a ogni tipo di aggeggio, è stato accettato di buon grado dal pubblico perché occupa poca memoria: pazienza se la compressione del file sacrifica i suoni più fini e quelli più profondi. La musica si è adattata al supporto fornito dall’industria: la famosa “guerra del volume” consumatasi negli studi di registrazione dopo l’avvento del cd testimonia come negli anni 90 la qualità dell’incisione sia stata sempre meno rilevante.

Lo streaming è la logica conseguenza della “prevalenza del device”. E se ogni singola informazione sulle nuove frontiere di iOS e Android è meticolosamente diffusa anche dai giornali “generalisti”, del concetto di lossless file non si parla se non su testate specializzatissime o in dibattiti furiosi sui forum (in discussioni in cui non interviene una femmina che sia una). Si è parlato un po’ di più del Pono di Neil Young, la cui campagna kickstarter ha raccolto un sacco di soldi grazie alla credibilità personale dell’artista canadese, ma i dubbi che lo circondano sono tantissimi.

È sintomatico che nei negozi di hi-fi gli album usati come test siano sempre gli stessi

Certo è ironico che alla sua comparsa il cd (che dal punto di vista della produzione costava meno del vinile) fosse venduto a prezzo doppio del 33 giri perché prometteva la perfezione; oggi il vinile può costare il quadruplo del relativo cd. Ma evidentemente i vinilisti, al di là delle fascinazioni hipster per l’oggetto, sono anche una forma di resistenza a una sorta di ingiustizia del mercato. Perché se nel succedersi dei formati, invece che l’alta definizione sta trionfando la brutale praticità che era propria del “mangiacassette”, tradizionale arcinemico della pulizia sonora, ecco che la resistenza dei vinilisti è il sintomo della mancata diffusione di un formato moderno che soddisfi chi vuole “sentire bene”.

Neil Young ha provato a creare un nuovo device, il Pono.

Un formato moderno e soprattutto pratico, che intercetti una fascia più ampia di pubblico. Perché non è solo una questione economica: i vinilisti sono pochi perché pochi scelgono, più che di portarsi la musica in giro, di stare fermi in casa propria e, ascoltando, farsi portare. E’ ovvio che c’è un elemento di irragionevolezza romantica in tutto questo. Ma non è preponderante. Perché, razionalmente, il vinile – piaccia o no – dopo cent’anni è ancora in giro. Mentre non ci sentiremmo di scommettere sul fatto che i file mp3 arrivino al 30esimo compleanno.

La comparsa del formato è datata 1995. Se morisse a 27 anni, almeno un omaggio al rock lo avrebbe reso.

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